Fiorucci, profondo rosso. A rischio l’ad Alberto Alfieri

Pomezia (Rm) – Traballa la poltrona di Alberto Alfieri. Secondo quanto riportato dal Sole 24Ore e ripreso da fonti sindacali, l’amministratore delegato del salumificio Cesare Fiorucci starebbe per lasciare la società. La storica azienda, nata a Norcia nel 1850, dal 2011 fa parte del gruppo Campofrio, a sua volta acquisito, un paio di anni dopo, dalla multinazionale Sigma Alimentos. La decisione sembra maturata dopo i risultati del 2016. Fiorucci ha fatto registrare perdite per 7,5 milioni di euro. I ricavi si sono fermati a 194 milioni. Risultati che gli azionisti messicani, a quanto pare, giudicano del tutto inadeguati. Dall’azienda, però, non è arrivata alcuna ufficializzazione.

Eppure non si può dire che Alfieri sia rimasto con le mani in mano. Amministratore delegato del salumificio dal 2013, Alfieri ha dovuto far fronte a una situazione di profondo rosso, con perdite che negli anni sono arrivate a quota 200 milioni di euro. Complice anche la crisi dei consumi in Italia, e in particolare al Sud, dove Fiorucci è molto presente. Ma è nel gennaio di quest’anno che la situazione precipita. “Nessuna alternativa all’esubero strutturale”, fa sapere l’azienda. E per 106 lavoratori (su 497) dello stabilimento di Pomezia (Rm) i vertici annunciano la procedura di licenziamento collettivo. Segue una laboriosa trattativa con i sindacati, che ovviamente puntano i piedi. La discussione finisce sul tavolo della regione Lazio, che le tenta tutte per evitare gli esuberi.

A marzo una prima fumata bianca: viene siglato un accordo che scongiura i licenziamenti, ratificato dalle parti in piena estate. L’intesa ha un prezzo piuttosto alto: un mix di ammortizzatori e misure di welfare che dovrebbero rilanciare la competitività e la redditività aziendale. “I dipendenti sono stati collocati in solidarietà difensiva per 21 mesi, a partire dal 1 aprile”, spiegava l’ad di Fiorucci, “e c’è stata, anche, una rivisitazione degli accordi di secondo livello: alcuni istituti come l’indennità di trasporto, le navette, le cure termali e i generi in natura sono stati cancellati, mentre altri, come il vecchio premio di produzione, vengono adattati ai nuovi criteri di flessibilità ed efficienza”. Inoltre, viene previsto un premio di produttività per gli operai e un piano di welfare per gli impiegati, con un paniere variegato di servizi (dall’istruzione alle cure sanitarie, alla previdenza integrativa, al tempo libero). L’accordo – secondo i vertici aziendali – avrebbe dovuto creare anche i presupposti per un piano di investimenti pari a 2,5 milioni di euro, destinati allo stabilimento nel prossimo triennio.

Ma ora i conti dicono tutt’altro. L’unico effetto della terapia è stato quello di irritare gli azionisti messicani, pronti a dare il benservito ad Alfieri. Che nell’ultimo periodo, tra l’altro, ha continuato a parlare di innovazione, export, rilancio, sviluppo. Un esempio? Nel febbraio 2016, intervistato da Food, così ribadiva: “Obiettivo del 2016 è di crescere a doppia cifra”. Il tutto a margine di un evento intitolato ‘Raddoppiare il fatturato nel 2025’. Mai previsione fu così azzardata…