Il ministro Calenda sul Ceta: “Una mancata ratifica rappresenterebbe la fine della politica commerciale Ue”

Roma – “Una mancata ratifica del Ceta, dopo otto anni di negoziati e l’approvazione del Consiglio e del parlamento europeo rappresenterebbe, molto semplicemente, la fine della politica commerciale dell’Ue”. Lo scrive il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda (foto), in una lettera indirizzata al Corriere della Sera, all’indomani della manifestazione organizzata da Coldiretti, Greenpeace, Slow Food e altre organizzazioni contro il Ceta, che si è tenuta ieri a Roma, davanti a Montecitorio. Nella missiva Calenda definisce il trattato: “il migliore accordo concluso dall’Ue”. L’obiettivo della lettera, nelle intenzioni del ministro, è quello di “intervenire sulle preoccupazioni emerse intorno all’accordo di libero scambio fra Canada e Ue, entrando “nel merito, evitando un inutile scontro ideologico”. Calenda difende innanzitutto l’accordo sotto il profilo della tutela delle denominazioni. “Dop e Igp sono un sistema di marchi collettivi legati ad un territorio, non riconosciuto in moltissimi paesi del mondo a partire dagli Usa e, prima dell’accordo, dal Canada. Il nostro prosciutto di Parma, tanto per fare un esempio, prima della conclusione del trattato doveva essere commercializzato in Canada come ‘Original Prosciutto’. Quanto raggiunto è un enorme passo avanti rispetto al passato ed apre la strada ad ulteriori progressi negli accordi in negoziazione”. Calenda precisa, ancora una volta, che l’accordo non tocca in nessun modo il tema degli standard fito-sanitari, che resteranno quelli previsti dall’Unione europea. Spiega, inoltre, che molti dazi oggi presenti in Canada per i prodotti europei verranno azzerati, come per il vino, la pasta, il cioccolato e i pomodori. A fronte di questo, sono state previste quote di importazione nell’Ue per la carne (quantitativo inferiore allo 0,6% del consumo totale europeo), il mais e il grano tenero, ricambiate dal Canada con l’eliminazione dei dazi su quote di prodotti lattiero caseari, uova e pollame. Infine, Calenda chiarisce l’importanza del Ceta per il nostro Paese, la cui crescita è vincolata alla “possibilità di legarci sempre di più ad una domanda globale in costante espansione e affamata di prodotti italiani. Per farlo abbiamo bisogno di portare più Pmi a esportare. E possiamo riuscirci se apriamo nuovi mercati, abbattendo dazi e barriere non tariffarie. Tendiamo a dimenticare che le multinazionali possono affrontare ostacoli burocratici e delocalizzare per aggirare i dazi, mentre le piccole imprese non hanno queste possibilità”.