Olio di palma: La Repubblica traccia lo stato dell’arte

Roma – C’è bisogno di risposte chiare e certe. A questa conclusione sembra giungere il lungo articolo dedicato all’olio di palma, pubblicato su La Repubblica Affari&Finanza di oggi. Il giornalista Ettore Levini intervista entrambi i lati della barricata, chi a favore e chi contro, in un’analisi che riporta anche i numeri in gioco. Se fino a tre anni fa, in Europa, non c’era nemmeno l’obbligo di indicare in etichetta questo ingrediente (impiegato però, va ricordato, anche in molti altri settori, come bioenergetico, zootecnico, oleochimico, cosmetico e farmaceutico), oggi sembra che le abitudini alimentari degli italiani siano drasticamente mutate. Il 60,9% dei biscotti e il 79,5% dei cracker acquistati è ora, secondo dati Nielsen, palm oil free. Cavalcando l’onda di questo successo, catene distributive e aziende fanno a gara per marchiare la propria offerta con il claim ‘senza olio di palma’, tanto che nel 2017 le vendite di questo genere di frollini, merendine e fette biscottate coprirà in Italia il 6% del giro d’affari alimentare (per circa 1,7 miliardi di euro). Gli argomenti a favore rimandano all’alto livello di produttività della coltivazione (che avendo il maggior rendimento per ettaro consente, oltre a prezzi più bassi, minori consumi di terreno e acqua), alla sostenibilità delle filiere certificate, al contenuto di acido palmitico (acido grasso presente nel latte materno). I contrari contestano l’impatto ambientale e sociale, oltre ai rischi per la salute. La mancanza di rilevazioni oggettive rende difficile orientarsi in questo scenario di luci e ombre.