Fattura elettronica: un flop annunciato

1° gennaio 2019: una data, infausta, che molti ricordano. Da quel giorno infatti prendeva il via la fatturazione elettronica. L’idea era di andare a recuperare una parte dei 147 miliardi di euro di Iva che mancavano all’appello in Italia, rispetto al gettito di 36. Un divario fra l’atteso e il riscosso che sfiorava il 26%. L’introduzione della fattura elettronica avrebbe dovuto fermare i lavatori d’Iva e il sommerso in generale. A suo tempo (dicembre 2018) avevo fatto le pulci al provvedimento evidenziando che avrebbe provocato uno tsunami a livello contabile, aggravato i costi delle aziende, ulteriormente problematizzato tutto il meccanismo fiscale. In più ci sarebbero stati problemi anche rispetto alla privacy. 

A distanza di quattro mesi (marzo 2019), non contento, avevo scritto un editoriale dal titolo: “Fattura elettronica: quando il rimedio è peggiore del male”. Ponevo domande: “Ma perché io e la stragrande maggioranza degli imprenditori seri dobbiamo rimetterci tempo e soldi per colmare la lacuna di chi non riesce a fare controlli a sufficienza? Perché è sempre il privato a sopperire alle mancanze del pubblico? Tempo e soldi, già. Abbiamo dovuto mandare le nostre amministrative a imparare come si fanno le fatture. Abbiamo dovuto acquistare il programma, provarlo e adattarlo. Poi abbiamo cominciato ad emettere le fatture. E qui abbiamo riscontrato i primi problemi. Esempio numero uno. Emetto la fattura a rimessa diretta. Prima me la pagavano a vista. Oggi si deve aspettare che il Sistema di interscambio (Sdi) me l’accetti. Cinque giorni lavorativi se va bene. Qualcuno obietta: mandi la fattura per mail e te la fai pagare subito. E no, mi obiettano dall’altra parte: e se lo Sdi non l’accetta? Altro problema. L’anticipo fatture. Prima era facile. Facevi le fatture e le presentavi in banca. Che ti accreditava subito o l’80% dell’importo (bonifico bancario), oppure il 100% (ricevuta bancaria). Oggi devi aspettare cinque giorni, se va bene. E chi mi paga la perdita in valuta? Per non parlare dei Cap (Codice di avviamento postale). Ci sono dei Cap di Milano, ad esempio, che non vengono accettati dal sistema. Perché? Boh. Non si sa”.

L’editoriale continuava con altri esempi e altre problematiche al contorno: il doppio controllo per quanti non sono obbligati a emettere la fattura, il pagamento della benzina e altro ancora. E concludevo: “Insomma un gran casino. Al posto di lavorare per far crescere il Pil, ci troviamo a lottare strenuamente contro la burocrazia. Ma non doveva essere il Governo del cambiamento?”.

Fin qui la storia. Oggi, a distanza di un anno e mezzo dalla sua introduzione, possiamo fare il punto della situazione: la montagna ha partorito un topolino. Grazie all’introduzione della fattura elettronica il ministero dell’Economia stimava maggiori incassi per quattro miliardi di euro. Di più, al Festival dell’Economia di Trento, Laura Castelli – allora sottosegretario all’Economia e oggi vice ministro – dichiarava che, nei primi tre mesi dell’anno, si erano già recuperati un miliardo e mezzo di euro. Tutte balle. L’Osservatorio Digitale B2b del Politecnico di Milano ha calcolato che, nel 2019, sono transitate attraverso il Sistema di interscambio 2,09 miliardi di fatture elettroniche che hanno permesso di individuare e bloccare – fra gennaio e novembre dello scorso anno – falsi crediti d’Iva per 945 milioni di euro. Un miliardino rispetto ai quattro preventivati. Un flop clamoroso: chi non emetteva fatture prima, continua a non emetterle e se ne fotte bellamente. Al contrario le imprese hanno dovuto appesantire il ciclo di emissione, spendere soldi in consulenze, rendere meno fluido il processo di riconciliazione della fattura con altri documenti. E’ l’ennesima vittoria della burocrazia. E la sconfitta degli apparati produttivi. Quelli che, con buona pace di tutti, tengono in piedi la baracca italiana.

Angelo Frigerio


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