Il ricambio generazionale non è un Buen Camino

2026-03-13T09:03:41+01:0013 Marzo 2026 - 09:03|Categorie: Editoriali del direttore|Tag: , |

Del film Buen Camino con Checco Zalone se n’è parlato a sufficienza. Forse troppo. Un successo clamoroso di pubblico. Meno di critica. I soliti pennivendoli da strapazzo lo hanno criticato a più riprese. Al contrario, mi è piaciuto per la sua vena sanamente nazional popolare e per una serie di spunti ‘seri’ sul rapporto fra figli e genitori che vale la pena approfondire. Ed è per questo che mi piace ricordare un frame del film. Il padre di Checco è a letto, apparentemente gravemente malato: pallido, immobile, parla a fatica, circondato dall’atmosfera tipo ‘ultimo saluto’. La famiglia (e lo spettatore) sono portati a pensare che stia davvero per morire. Il suo stato sembra ormai irreversibile. A un certo punto, però, arriva la notizia chiave: qualcuno dice che Checco ha deciso di prendere in mano l’azienda di famiglia, assumendosi finalmente responsabilità e continuità. Ed è lì che scatta il colpo di scena. Nel giro di pochissimi secondi, il padre apre gli occhi, cambia espressione, comincia a muoversi, si mette quasi seduto nel letto, la voce torna forte e sicura. La ‘guarigione’ è istantanea e palesemente innaturale, proprio per far capire che la malattia era più psicologica (o opportunistica) che reale. Il padre rinasce a nuova vita nel momento in cui capisce che la sua azienda, frutto di 20 anni di lavoro e sacrifici, potrebbe essere gestita dal figlio degenere.

La scena ripropone, in maniera farsesca, il tema del ricambio generazionale. Non frutto di un destino biologico ma una scelta strategica. Ma approfondiamo il discorso, generalizzandolo. Ad un certo punto della storia aziendale un padre capisce, come in Buen Camino, che il figlio o i figli non sono in grado di portare avanti l’azienda. Di fronte a questo, spesso la reazione è l’immobilismo: “Non sono capaci, allora vado avanti io”. Una posizione stoica ma che porta con sé il pericolo di un tirare a campare, evitando fughe in avanti. Quando invece ci sono tempi in cui una decisione coraggiosa permette all’azienda di fare un salto di qualità. Non solo. Se i figli sono presenti in azienda li si annichilisce. Li si conferma nella loro inettitudine. Con tutto quello che significa nei confronti dei subordinati.

Ricordo molto bene la trattativa con il figlio di un imprenditore nel settore alimentare. Si parlava di un investimento pubblicitario sui nostri media: 15mila euro. Un tira e molla durato circa due ore. Alla fine, di fronte al contratto che doveva firmare lui, cinquantenne, se ne uscì con una fatidica frase: “Bene, ne devo parlare con papà”. Il boss, il vero boss, ne aveva ottanta. Ed era ancora presente in azienda. Troppo presente.

Ma c’è di peggio. Ed è quando il padre non riconosce i limiti del figlio. Che spesso è un cazzone. Con in mente l’auto ultimo modello, il Rolex, il vestito firmato, l’iPhone nuova generazione. Arriva in azienda nella tarda mattinata e se ne va via nel primo pomeriggio. E’ il signor ‘so tutto io’ e gli atteggiamenti spocchiosi non mancano nelle riunioni con i dirigenti. Un pericolo pubblico numero uno. Che rischia di far affondare l’azienda di famiglia in pochissimo tempo.

Ricordo il figlio di un costruttore lombardo. Riuscì a far litigare il padre con il fratello che, avendo avuto il giovin signore in azienda, non vide l’ora di liquidarli in fretta. A quasi 60 anni, il padre si rimise in gioco. Aprì una nuova attività. Lavorava dodici ore al giorno mentre il figlio andava in giro in Ferrari. Inutile dire come è andata a finire… Piccolo particolare: in questo caso la madre giocò un ruolo fondamentale. Il suo ‘piccolo’ era un genio, naturalmente. E lo difendeva sempre. Contro tutto e tutti.

Ma se, al contrario, ci si accorge dei limiti intrinseci dei figli le alternative ci sono. L’apertura a manager esterni, ad esempio. Che consente di separare proprietà e gestione, oppure la cessione totale o parziale dell’impresa, trasformando il valore industriale costruito in valore patrimoniale per la famiglia. Il fatto che queste opzioni vengano spesso scartate non dipende da valutazioni economiche, ma da resistenze emotive e identitarie, legate alla paura di perdere centralità e controllo.

Da ultimo mi piace citare, a questo proposito, un aneddoto raccontato dal comico Antonio Albanese. Parla dell’imprenditore Ivo Perego che racconta: “In casa lavoriamo tutti. Mio nonno ha costruito un capannone, mio padre lo ha fatto più grande, io grandissimo… Mio figlio si droga”. E aggiunge amaramente: “Non so cosa dirgli. So fare solo capannoni…”

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