Roma – Quarant’anni fa, Adriano Bisogni moriva a Milano, dopo aver bevuto qualche bicchiere da un bottiglione di vino Barbera piemontese comprato al supermercato. Era il 2 marzo del 1986. Quando un’altra persona, Valeria Zardini, dopo un bicchiere in poche ore divenne completamente cieca, le analisi accertarono le cause: 100 ml di quel vino contenevano tra i 2 e i 10 ml di metanolo, una quantità superiore 10-35 volte ai limiti che la legge ammette per il vino rosso (0,3%).
Cominciava il più grande scandalo del vino italiano, capace di cagionare un bilancio di 19 morti accertati, 23 persone che persero la vista e un numero imprecisato di intossicati, quantificabile in diverse centinaia. La magistratura risalì ai responsabili: una serie di commercianti di vino piemontesi, che avevano venduto ad alcuni imbottigliatori il vino adulterato, ‘corretto’ con alcol metilico, come mezzo a basso costo per aumentarne la gradazione.
Oltre al pesante tributo in fatto di vite umane, l’operazione criminale ebbe l’effetto di distruggere il mercato dell’intero mondo del vino italiano per qualche anno: 1000 miliardi di lire di perdite, un crollo del 20% del valore complessivo del comparto, esportazioni precipitate (-42%, -80% in Germania), vendite interne crollate (-70%).
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