Ceta: sì alla ratifica. Anzi, no. Forse…

“Dovremo mostrare coesione di spirito e unità di azione nel segno della collaborazione e della lealtà. Non possiamo nei prossimi mesi dissipare il tempo a disposizione in scontri e litigi, i cittadini non comprenderebbero”. Parole e musica del premier Giuseppe Conte. Che, nel suo discorso alla Camera del 9 settembre, chiede la fiducia all’esecutivo
‘giallorosso’, targato M5S-Pd.

Ma un paio di giorni dopo ecco che arriva il primo scazzo all’interno del governo. A tema il Ceta (trattato di libero scambio tra Unione europea e Canada) in vigore dal settembre 2017, ma in attesa di ratifica da parte del parlamento italiano. E proprio sull’opportunità di votare l’accordo che azzera i dazi fra le parti, e che protegge 41 Dop e Igp, si apre una frattura tra gli alleati. Da una parte Teresa Bellanova, alla guida del Mipaaft e in quota Pd, dall’altra il M5S.

Mercoledì, ai microfoni di Radio24, il ministro dichiara: “Il Ceta è in funzione e i risultati arrivano perché noi non dobbiamo temere la concorrenza ma dobbiamo lavorare tutti per avere un rapporto con i dossier che sia sempre più ancorato al merito. Il nostro Paese ha bisogno di mercati aperti e occorre far riconoscere la qualità dei propri prodotti”. Nella stessa giornata rincara la dose, intervistata da Radio Uno: “Il Ceta è in vigore, abbiamo bisogno di fare un ragionamento con il mondo della rappresentanza, analizzare i risultati e capire insieme cosa fare in sede europea per apportare le modifiche che dovessimo ritenere fondamentali”. Tradotto: è già applicato, facciamocene una ragione. E poi quell’accenno alle “modifiche che dovessimo ritenere fondamentali” lascia intendere che non abbia proprio voglia di fare le barricate, anzi.

Immediata la reazione dei pentastellati, per bocca del senatore Nicola Morra: “La posizione del ministro Bellanova è legittima ma personale”, risponde piccato a 24Mattino, trasmissione di Radio 24. “La ratifica del Ceta non è nel programma di governo. Il Movimento cinque stelle, forza di maggioranza relativa in Parlamento e ben più forte del Partito democratico, è contrario a questo trattato di libero scambio con i Paesi nord americani”.
Un’altra bordata arriva dai rappresentanti grillini in commissione agricoltura del Senato: “Uno dei compiti del governo che nascerà sarà quello di mettere un punto fermo sulla questione del Ceta. Una ratifica, ricordiamo, che danneggia pesantemente il Made in Italy e tutta la filiera nostrana”. Getta benzina sul fuoco pure l’immancabile Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, secondo cui il trattato: “E’ in vigore in modo del tutto anomalo, dato che ancora non è stato ratificato”. In più: “Emergono tutte le criticità che avevamo palesato. I primi tre mesi del 2019 evidenziano dati negativi”.

E qui arriviamo al nocciolo della questione: il Ceta, alla fin fine, serve o no? A un anno dall’entrata in vigore, l’export agroalimentare italiano è cresciuto del 7,4%, secondo dati della Commissione Ue: aumenti significativi per il prosciutto (+20%; San Daniele da solo +35%), pasta e biscotti (+24%), formaggi (+12%; ma +28,8% a fine 2018), cioccolato (+123%). Bene anche il vino (+2,7%, per il frizzante; +12,6% per il prosecco). Nei primi mesi del 2019 la crescita è stata più contenuta (+1,6% per il food&beverage), ma è una dinamica normale in questi casi. Con le dovute eccezioni: da gennaio a giugno, per esempio, la domanda di prosciutto San Daniele in Canada è stata pari al +239%, fa sapere il Consorzio di tutela.

Dati alla mano, il made in Italy piace al Canada. Tanto che oltreoceano hanno anche approvato una norma per ampliare il numero delle indicazioni geografiche protette (vero cavallo di battaglia di Coldiretti): i soggetti interessati possono inoltrare la richiesta tramite Consorzi e associazioni. E ci sono casi di successo, come il prosciutto di Carpegna Dop. Escluso dall’accordo iniziale, è ora tutelato. Bastano questi numeri per dire che il ministro ha ragione?


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