Siamo tutti Giuanin

2021-01-11T11:12:44+01:0011 Gennaio 2021 - 11:12|Categorie: Editoriali del direttore|Tag: , |

Verso fine anno vado a trovare i miei clienti in giro per l’Italia. Mi piace andare a capire come tira il vento. A “battere il marciapiede”, come i veri giornalisti sanno fare, in lunghi viaggi che mi portano da Cuneo a Vicenza, dall’Oltrepò fino all’Emilia e più giù. Quest’anno, causa Covid, non ho potuto andare oltre ma ci siamo spesso sentiti via Zoom. Ho incontrato amministratori delegati, direttori commerciali, direttori marketing, amministratori delegati di catene di Gd e Do, negozianti, buyer, ristoratori, agenti di commercio. Insomma, una rappresentanza significativa del mondo alimentare.

In tutti gli incontri una domanda era ricorrente: “Ma come sarà, secondo lei, il 2021?”. Una questione che mi ha fatto venire in mente la frase tormentone che l’alpino Giuanin, della brigata Vestone, ripeteva al suo sergente, nella lunga marcia nella neve, nel 1943, durante la campagna di Russia: “Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”. Ce lo racconta Mario Rigoni Stern nel suo bellissimo Il sergente nella neve, un libro che dovrebbero leggere tutti. Allora il problema era uscire dalla sacca di Nicolajewka, fuggire da quel terribile inverno russo, ritornare a casa, rivedere i genitori e i fratelli, la fidanzata, la moglie e i figli, riassaporare le cose belle di un tempo. Erano in 100mila quelli partiti dall’Italia. La stragrande maggioranza è ancora sepolta là. Mio zio Ansperto invece riuscì a uscire: mani e piedi congelati. Un’esperienza che non dimenticò mai.

Oggi la questione si rinnova. Non in modo così drammatico, ma anche noi vogliamo uscire dalla sacca. Un anno di Covid-19 ha fiaccato molti. Li ha depressi. Li ha resi pessimisti e abulici. Ecco allora che, alla domanda sul domani, ricordando una poesia di Montale, la risposta è: “Questo soltanto oggi posso dirti/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Risposta semplice e schietta. Ma che non basta. Quello che ho visto in questo mio peregrinare è che tanti, tantissimi non si sono fermati. Non hanno spento la luce. Non hanno circumnavigato il proprio ombelico. Hanno reagito.

Un esempio su tutti: la famiglia Pfitscher, proprietaria di un’azienda altoatesina che produce speck e salumi tipici. Venerdì 6 marzo alle 12.00, nel pieno della pandemia, un brutto incendio colpisce lo stabilimento di produzione di Postal (Bz). Grazie all’aiuto di circa 300 Vigili del Fuoco, l’incendio viene domato nelle prime ore del sabato mattina. L’azienda (20 milioni di fatturato nel 2018), si è sempre distinta negli ultimi anni per dinamicità e coraggio imprenditoriale, e aveva completato da poco l’ampliamento dello stabilimento, 25mila metri quadri per un valore di circa 50 milioni di euro. Il titolare, Lukas Pfitscher, ai microfoni Rai dichiara che, secondo i Vigili del Fuoco, sarà necessario l’abbattimento. “A pensare che sta andando a fuoco il lavoro di 40 anni, faccio fatica a trattenere le lacrime”.

Dall’azienda, da subito, trapela la ferma volontà di far fronte agli impegni presi e subito si mette in atto un piano di riorganizzazione per guardare avanti con fiducia e coraggio. In molti consigliano alla famiglia di chiedere il concordato: “Così sistemate i fornitori e potete andare avanti”. Ma da loro un secco no: “Vogliamo andare avanti con le nostre forze”. E così, a testa bassa, facendosi aiutare da qualche amico, l’azienda rinasce. Se andate sul loro sito trovate gli stati di avanzamento dei lavori. Se tutto va bene, in primavera una parte dello stabilimento sarà funzionante e si potrà ricominciare tutto, o quasi, come prima. “Ci sono stati tre tipi di risposte alle nostre richieste di aiuto”, ci ha raccontato Lukas quando siamo andati a trovarlo in dicembre. “La vostra e di altri che da subito ci hanno dato una mano; quella di alcuni che ci hanno detto no; quella, la più brutta, di chi ha promesso e poi non ha mantenuto. Ma non importa. Oggi siamo qui, il nuovo stabilimento sta crescendo. Ed è questa la cosa più importante”.

Di esempi di questo tipo ce ne sono tanti. Gente che non ha mai abbassato la testa di fronte alle avversità. Che ha sfidato tutto e tutti. Nel caso di Pfitscher anche la politica. Alla faccia di quelli che pensano l’Alto Adige come una terra promessa. Loro dalle istituzioni non hanno ricevuto niente. E solo dopo una lunga battaglia, l’assicurazione ha riconosciuto una parte del danno.

Ecco allora che la risposta alla domanda dell’inizio è semplice: “Il 2021 sarà l’anno della svolta”. Ma solo per chi avrà coraggio. Per chi non si fermerà davanti agli ostacoli ma, con forza e decisione, deciderà di saltarli. Con speranza, nella sua giusta definizione. Quella che ci ha regalato Vaclav Havel, celebre scrittore cecoslovacco e primo presidente, eletto democraticamente, della nazione, dopo il crollo del comunismo: “La speranza non è per nulla uguale all’ottimismo. Non è la convinzione che una cosa andrà a finire bene. Ma la certezza che quella cosa ha un senso, indipendentemente da come andrà a finire”.

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