La proposta di chiudere i supermercati e i negozi della Gdo la domenica sembra destinata ad accendere una delle questioni più divisive dell’economia italiana contemporanea. L’input più clamoroso arriva dall’interno della stessa grande distribuzione. Sto parlando di Ernesto Dalle Rive, presidente di Ancc-Coop (l’associazione nazionale delle cooperative di consumatori), che, intervistato da Lugi Rubinelli per alimentando.info, in ottobre, dichiarava: “Come Coop stiamo facendo una riflessione sulla chiusura dei supermercati la domenica per arrivare a un punto condiviso che potrebbe prevedere sei giorni di apertura dei negozi”.
La sua posizione è stata poi rilanciata, di recente, in una intervista al Sole 24 ore e ha scatenato un dibattito serrato. Secondo la sua visione, la chiusura domenicale non sarebbe una imposizione autoritaria ma una scelta di sistema per affrontare costi del lavoro in aumento e per rispondere alle richieste di chi lavora nel settore: “Sarebbe anche una risposta ai nostri dipendenti che non vogliono avere l’impegno del lavoro la domenica”. Il ragionamento di Dalle Rive si basa su numeri concreti: stando ai dati elaborati dall’Ufficio Studi Coop, la chiusura domenicale potrebbe generare risparmi compresi tra 2,3 e 2,6 miliardi di euro all’anno per l’intero sistema Gdo, grazie alla riduzione delle maggiorazioni salariali per il lavoro festivo, che possono arrivare oltre il 30%. In un contesto economico dove i consumi delle famiglie sono in frenata e i margini di profitto sotto pressione, una simile leva sembra tentatrice per molte imprese che cercano di rispondere alla stagnazione dei consumi e alla forte competizione online.
Ma davanti a questa prospettiva, le reazioni del mondo della distribuzione organizzata non sono univoche. Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzione — che rappresenta molte delle principali catene italiane come Esselunga, Despar, Pam e altre — ha risposto duramente: “Sono rimasto sorpreso dalla proposta, in alcuni suoi punti la ritengo antistorica, contro le imprese e i clienti”. Per molte catene, chiudere la domenica significherebbe indebolire la capacità di competere con gli operatori dell’online e con i discount, oltre a disincentivare la flessibilità richiesta dai consumatori moderni. Il punto di frizione non è quindi solo economico, ma anche culturale.
Negli ultimi quindici anni, a partire dalle liberalizzazioni del 2011-2012, la domenica ha perso progressivamente il carattere di ‘giorno di riposo’ per trasformarsi in uno dei giorni più redditizi della settimana per il commercio al dettaglio: per molti italiani è diventato il giorno ideale per fare la spesa senza fretta, in un calendario di impegni sempre più fitto. D’altra parte, la proposta di tornare ai sei giorni lavorativi può trovare una base di consenso tra lavoratori e sindacati, che da sempre denunciano le condizioni difficili di chi è costretto a lavorare senza pause festive o domenicali. Anche associazioni sindacali territoriali come la Filcams Cgil hanno accolto con interesse l’idea di un confronto, evidenziando come il benessere dei lavoratori del settore sia un elemento centrale della discussione. Le implicazioni sociali di una domenica senza spesa non sono trascurabili. Una chiusura generalizzata potrebbe favorire una rigenerazione del tempo libero, incoraggiando le famiglie a ritrovare spazi collettivi e personali al di fuori del ritmo frenetico del consumo, un tema che ritorna spesso nei dibattiti sull’equilibrio tra lavoro e vita privata. Al contempo, la misura potrebbe favorire i piccoli negozi di vicinato, spesso chiusi invece nei giorni festivi a causa degli alti costi e della concorrenza delle grandi catene. Tuttavia, gli oppositori avvertono che una normativa troppo rigida rischierebbe di rinvigorire il commercio online, dove non esistono chiusure domenicali, e di penalizzare consumatori e imprese che si sono adattati a un mercato ormai orientato verso la comodità e la disponibilità continua.
Il mio giudizio sulla questione è molto semplice: ci sono momenti in cui il business del commercio deve fermarsi per fare spazio ad altre attività. Per questo penso che la chiusura di tutti gli esercizi commerciali in particolari momenti dell’anno sia giusta e corretta. Sto parlando delle feste comandate (Natale, Santo Stefano, Capodanno, Epifania, Pasqua, Sant’Angelo, la festa dell’Assunzione in agosto) come pure di quelle nazionali (25 aprile, Primo maggio, Festa della Repubblica). Sul resto si può e si deve aprire un ampio dibattito che tenga conto delle molteplici esigenze che circondano l’argomento. Ad esempio, chiudere la domenica i centri commerciali significa farli morire. Già soffrono. Così gli si dà il colpo di grazia. Con tutto quello che ne consegue: chiusure, licenziamenti e altro ancora. In alcuni casi si è fatto riferimento alla concorrenza dell’online che vive 24ore per 365 giorni l’anno. Vero, verissimo. Ma forse, in questo caso, il problema è più a monte.
E qui lancio una sassata: è il legislatore che deve intervenire introducendo una tassa su ogni transazione che vada a finanziare azioni di supporto al piccolo commercio, quello sì, che sta per morire d’inedia. E che ha un disperato bisogno d’aiuto. Conosco un negozietto a Laigueglia, in provincia di Savona, situato fuori dal borgo storico, che, come tanti altri in tutta Italia, tenta disperatamente di sopravvivere. Lo gestiscono due anziani che, tutte le volte che ci entro, mi fanno tenerezza. Pochi metri quadri, alimentari e cose per la casa. Ma non ci si fa più la spesa. è ormai solo il luogo dell’emergenza. Quando sei disperato e ti manca: l’olio per condire l’insalata, la carta igienica, il caffè e altro ancora. Piccoli acquisti di cui ti sei dimenticato quando sei uscito dal supermercato. Ma si può vivere e lavorare solo con l’emergenza?