Crisi Ferrarini: bilanci poco trasparenti e informazioni “fuorvianti”. La relazione del commissario giudiziale

Reggio Emilia – Nuove nubi si addensano sul gruppo Ferrarini. Ancora una volta, è la gestione finanziaria che desta forti perplessità. Tra il 1° giugno 2016 e il 23 luglio 2018, data del deposito in tribunale della richiesta di ammissione al concordato, Ferrarini “ha sempre operato in una situazione di crisi finanziaria, evitando di rappresentare adeguatamente ai terzi questa criticità attraverso la pubblicazione tempestiva dei bilanci d’esercizio o altre forme di trasparenza”. Il verdetto, pesantissimo, è di Bruno Bartoli, commissario giudiziale dell’azienda. Che lo ha messo nero su bianco nella relazione per i creditori in cui vene esaminato il dissesto. Un’analisi dove, pagina dopo pagina, abbondano i buchi neri e le ombre. Tra le questioni poco chiare, per esempio, c’è quella relativa alla liquidità bancaria che risulta a bilancio, ma non è detto che ci sia. In altri termini, come scrive il sito Reggionline, ci sono “estratti conto che non si trovano, ingenti crediti che nessuno si preoccupa di recuperare”. 

Documenti alla mano, il testo di Bartoli riscrive la storia recente di Ferrarini. In particolare a partire dal 2016, vero e proprio annus horribilis del gruppo. Il 25 gennaio il cda approva la situazione patrimoniale riferita al 31 ottobre 2015 del ramo prosciutti. Dalla documentazione aziendale emergono depositi bancari per circa 20 milioni di euro. Ma, evidentemente, c’è qualcosa che non torna: a breve l’azienda reggiana comincia a non versare le ritenute Irpef per lavoratori e agenti e i contributi Inps per i dipendenti. Insoluti che “rappresentano un indice di crisi finanziaria che non è compatibile con la disponibilità liquida che contabilmente risultava iscritta”. Più nel dettaglio, sempre secondo la ricostruzione, la liquidità era inferiore, pari a 17 milioni e 756mila euro, depositata su un conto corrente presso Veneto Banca. Ma la somma era in realtà “insussistente”, puntualizza Bartoli. Non solo: la cifra era parte di un credito di 44 milioni maturato da Ferrarini Spa nei confronti di Società Agricola Ferrarini. Peccato che “dalle verifiche svolte non sono emerse attività che Ferrarini abbia svolto per recuperare il proprio credito”. E questo, si legge nella relazione, “lascia intendere che il cda di Ferrarini fosse consapevole della difficoltà di Società Agricola Ferrarini per potere onorare tale obbligazione”. 

Altra operazione opaca riguarda il passaggio della quota di controllo di Vismara, alla fine del 2016, da Agri Food Investments – finanziaria lussemburghese riconducibile alla famiglia – a Ferrarini Spa. La documentazione scovata da Bartoli in Lussemburgo dimostra che in quella data la finanziaria dei Ferrarini doveva rimborsare a Vismara oltre 37 milioni di euro. Ma ne sono stati versati solo 10. Il resto, interamente svalutato, è sparito nel nulla. C’è poi il debito di 19 milioni e 719mila euro verso Veneto Banca che, nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2016, veniva riportato solo per 719mila euro. E gli altri 19 milioni di debiti? Sono stati registrati sui libri contabili il 16 gennaio 2017 ed esposti nel bilancio 2017, approvato solo il 23 febbraio 2019. Per un triennio, quindi, l’esistenza stessa dei debiti è stata insabbiata. 

Per non parlare delle perdite nel ramo prosciutti, complessivamente pari a 222 milioni di euro tra il 2017 e il 2018. In quegli anni il margine operativo lordo era già ampiamente negativo. In sintesi, annota ancora Bartoli, fin da giugno 2016 Ferrarini Spa “era incapace di fare fronte in termini ordinari a obbligazioni correnti e prevedibili”. Il tutto all’insaputa dei creditori. Il punto dolente sarebbe la scissione del 12 maggio 2016, con la separazione tra le attività industriali e agricole. Da allora non è mai emerso “l’effettivo stato di difficoltà finanziaria e patrimoniale. L’informazione fornita ai terzi in quella sede è risultata fuorviante”.


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