“Solo le idee cambiano il mondo”. Parla Francesco Pizzagalli (ad Fumagalli Salumi)

Tavernerio (Co) – I profondi mutamenti del settore: benessere animale, sostenibilità, domanda di prodotti salutistici, rialzo della materia prima. Il ruolo dell’industria e della distribuzione. Intervista con Francesco Pizzagalli (foto), amministratore delegato di Fumagalli Salumi.

Il comparto salumi sta affrontando cambiamenti epocali. Il benessere animale, la sostenibilità, la domanda di prodotti salutistici, il rialzo della materia prima sono alcuni dei fattori alla base di questo cambiamento. Che coinvolge tutti gli attori della filiera. “Per affrontare questi cambiamenti è indispensabile fare sistema”, spiega Francesco Pizzagalli, amministratore delegato di Fumagalli Salumi. Un’azienda che, da molti anni, è all’avanguardia su temi come benessere animale e tracciabilità dei prodotti. Ed è stata selezionata dalla Commissione europea come modello per l’animal welfare. In un’intervista a 360 gradi facciamo il punto sull’anno appena trascorso e sulle sfide del 2018.

Qual è il suo giudizio sul 2017?

È stato un anno fortemente condizionato dai costi della materia prima. Non che prima l’incremento non ci fosse stato, ma un aumento di una tale intensità e in così poco tempo non si era mai visto.

Con quali rischi? 

Che siano i magazzini, più dei fatturati, a fare i bilanci. Un altro rischio è che gli aumenti vengano totalmente ribaltati sul consumatore. Secondo alcuni dati, si vende di più in termini di valore ma meno in termini di volume. Vuol dire che i consumi, già non eccezionali, vengono frenati dall’aumento dei prezzi. Tutto questo non fa pensare a grandi opportunità per il futuro e mette in evidenza il limite strutturale del nostro settore.

Ovvero?

L’incapacità di fare sistema. Non si riescono a fare analisi comuni coinvolgendo chi produce la materia prima, chi la trasforma e chi la vende. In queste situazioni, basta che un elemento fondamentale perda colpi per far emergere tutti i limiti. Guardando al futuro, sono certo che molte cose cambieranno e stanno già cambiando. Sarà molto diverso da quello che è stato prima, come insegna il caso dell’e-commerce. Adesso in tanti iniziano a crederci e sta prendendo piede. E lo stesso vale per il biologico, dove però bisogna capire se sia un cambiamento tendenziale o un’opportunità di business.

In che senso?

Bisogna vedere se siamo di fronte a una moda passeggera o meno. Il fenomeno va analizzato in profondità per capire se riguarda la società in trasformazione e quindi se sia parte di un cambiamento di più ampio respiro. Un cambiamento che comporta un modo diverso di produrre e consumare. Una cosa è certa: sono in atto mutamenti radicali. La vera domanda è: come il mondo dell’industria e quello della distribuzione guardano a una realtà che sta cambiando?

E lei come risponde?

Quello che vedo è che il futuro è legato alla capacità di fare sistema. Non credo, come accennavo, che i diversi soggetti della filiera, da soli, possano interpretare e capire la realtà. Bisognerebbe avere il coraggio di dire:  “Non parliamo di prezzi, ma del futuro. Mettete da parte tutte le vostre diatribe e proviamo a muoverci insieme”.

Anche perché i cambiamenti sono epocali.

Una volta avvenivano ogni dieci anni ed erano piuttosto lenti; oggi, in effetti, sono cambiamenti epocali, che oltretutto avvengono in un arco di tempo relativamente breve. Temi come l’impatto ambientale, la tutela della salute, il benessere animale – che implicano anche una modalità nuova di produrre – sono cruciali. E di questi temi se ne deve far carico tutto il sistema. Per spiegarmi meglio: più che bloccare i camion al Brennero, credo che il sistema debba organizzarsi per far fronte a questi cambiamenti. Su questo abbiamo tanto da imparare dall’Europa, che offre esempi virtuosi.

Dove?

In Germania ci sono attori che hanno il core business nel biologico e hanno coinvolto allevatori, produttori e distribuzione in progetti comuni. Per esempio, in una nota catena tedesca c’è stata una giornata in cui hanno presentato un manifesto sul benessere animale sottoscritto anche da un vescovo cattolico e da un pastore protestante.

Che lettura si può dare di questo fatto?

Stanno nascendo tensioni, possibilità, ma anche alleanze e risposte, completamente nuove. Che appartengono a un mondo diverso. L’errore è provare a mettere qualche pezza qua e là e non accorgersi che è un cambiamento radicale. Tutto quello che è successo dalla presa di posizione dell’Oms nel 2015, fino alle più recenti inchieste degli animalisti, ha creato una situazione del tutto nuova, a cui prima non si pensava.

Anche i consumatori stanno cambiando.

Certo. Sono molto più qualificati rispetto a prima. Una volta si diceva che non leggessero le etichette, mentre oggi i sondaggi ci dicono che aumentano i consumatori attenti e che utilizzano i social network per informarsi. Qualche punto trasversale tra gli attori della filiera bisognerebbe trovarlo. E bisogna farlo insieme. Bisogna credere in quello che siamo, al nostro valore, alla nostra capacità di trasformare. Facendo cosi, le scorciatoie non servono. In sintesi: si deve avere il coraggio di sapere chi siamo.

Da questo punto di vista, siete stati dei precursori: molti anni fa Fumagalli ha introdotto nelle sue logiche il benessere animale, la sostenibilità, gli allevamenti biologici. Recentemente, la Commissione europea vi ha selezionati come modello virtuoso per formare i suinicoltori di tutto il continente. Questo lavoro è stato riconosciuto dalla distribuzione?

L’attenzione per queste tematiche ci ha permesso di approcciare soprattutto i mercati esteri. Ma il punto è che non sono scelte legate a opportunità di mercato, ma nascono dalla volontà di portare avanti un certo modo di fare impresa, che si è sviluppato ormai 13 anni fa. Queste scelte, poi, hanno trovato sensibilità e hanno portato a opportunità commerciali, soprattutto all’estero. Ma le opportunità sono state una conseguenza.

Come mai in Italia è meno spiccata la sensibilità per questi temi?

All’estero c’è una maggiore consapevolezza sulla nostra filosofia produttiva. A Expo 2015, per esempio, abbiamo presentato l’etichetta etica, un progetto in cui credevamo già da molto tempo.

Quali sono i mercati più ricettivi?

Soprattutto quelli del Nord Europa: Inghilterra, Svezia, Finlandia, Olanda. Ma anche Germania e, in parte, Francia. Fumagalli è conosciuta come un’azienda che gestisce e controlla direttamente tutta la filiera. Abbiamo sempre cercato di fare tutto con la massima trasparenza; a volte pensiamo che i controlli siano anche esagerati… comunque continuiamo a essere convinti che la strada sia quella giusta.

Come si chiude il 2017 per la vostra azienda?

Il fatturato si attesterà intorno ai 39 milioni di euro, in crescita di qualche punto percentuale rispetto allo scorso anno. L’estero vale circa il 70% del fatturato. Lavoriamo in una ventina di paesi e abbiamo avuto una crescita che non immaginavano sul mercato nazionale, sia nella distribuzione moderna che nel normal trade.

Quanto incidono normal trade e Gd?

Insieme il 30%. All’interno di questa quota, la Gdo pesa circa il 55%, mentre il dettaglio tradizionale il 45%.

In generale, i dati indicano che il consumatore si rivolge sempre di più verso il libero servizio: un comparto in crescita in quanto va incontro a esigenze oggettive di praticità. 

È vero. Tra le altre cose che stanno cambiando, c’è anche la modalità di consumi. In Francia, per esempio, Carrefour ha inaugurato uno spazio con confezioni su misura per i single. Sia come quantità che come tipologia di prodotto. Anche in un autogrill, sempre in Francia, ho visto esperimenti simili. Siamo di fronte a uno scenario che sta evolvendo, anche dal punto di vista sociale. C’è tutto un cambiamento che riguarda aspetti etici, nutrizionali, ambientali. La realtà è molto composita e ha tante sfaccettature.

Il prossimo anno il prezzo della materia prima crescerà o diminuirà?

Spero davvero che diminuisca, ma credo che rimarrà stabile. Il mio timore, dato che i margini si riducono sempre più, è che venga compromessa la qualità del prodotto.

A proposito di qualità, recentemente abbiamo approfondito il progetto ‘La Vita in Blu’ di Auchan. Segnala sugli scaffali i prodotti più equilibrati dal punto di vista nutrizionale attraverso un complesso meccanismo che privilegia l’etichetta nutrizionale. Ma ci sono anche altri parametri per giudicare un prodotto…

Sono d’accordo. Di fronte a qualcosa di complesso e articolato, non si può privilegiare un solo aspetto. Faccio sempre l’esempio della torta di frutta: se uno vedesse solo la fetta con i kiwi, penserebbe che tutta la torta sia con i kiwi. Ma non è vero. La realtà del nostro comparto dice proprio il contrario. Vale anche per i mono produttori: dentro un singolo prodotto ci sono tantissime componenti. Non si può estrapolare una sola caratteristica senza tenere conto del resto.

Pensiamo, ad esempio, al valore del packaging…

Fermo restando che debba essere di qualità, credo che ormai il prodotto valga il 40-50%. Il resto deriva da servizio, packaging, appeal che si è in grado di comunicare. Bisogna tenere conto di tutte queste componenti. Che poi è da sempre il punto di forza del nostro settore: si innova tenendo conto della tradizione. I prodotti italiani sono caratterizzati da ricette diversissime, patrimonio di ogni singola azienda. Se facciamo diventare tutto uguale, perdiamo il patrimonio che contraddistingue il comparto. Il prodotto, quindi, resta importante. Ma occorre anche un modo di presentarlo, occorre una capacità di stuzzicare il consumatore attraverso l’aspetto visivo. Noi di Fumagalli siamo convinti che i nostri prodotti siano buoni. Ma prima di assaggiarlo bisogna comprarlo…

Una volta era tutta un’altra cosa…

C’era il salumiere di fiducia e sapevi esattamente che tipo di prodotto offriva e da dove veniva. Era una garanzia per produttori e consumatori.

E oggi?

Guardando avanti, quello che ho sempre detto è che non bisogna fare le cose per capire il livello di consenso che hai, ma perché ci credi. Ricordo bene una frase del mio vecchio direttore, che diceva: “Solo le idee cambiano il mondo”. E bisogna crederci nelle cose che si fanno. È la forza delle idee che cambia il mondo.