Un nuovo studio riabilita carni rosse e salumi. Pochi benefici da un minor consumo

Philadelphia (Usa) – Un nuovo studio riapre il dibattito sul consumo di carni rosse e salumi e i benefici sulla salute. A tema la correlazione tra tumori e malattie cardiovascolari e il consumo di carni rosse e processate. Una correlazione che è molto meno evidente di quanto creduto finora, secondo la ricerca appena pubblicata sugli ‘Annals of internal medicine’. Lo studio, condotto da 14 ricercatori provenienti da sette paesi, è durato tre anni e ha preso in considerazione numerose ricerche già pubblicate, con i dati di circa 54mila persone. Dall’analisi non si evince una correlazione significativa tra l’assunzione di carne rossa o lavorata e il rischio di contrarre malattie cardiovascolari, diabete e tumori. Come spiegano gli autori, “non ci sono prove stringenti che carni rosse o lavorate causino queste patologie”. I dati disponibili non giustificherebbero il consiglio di ridurre questi alimenti, dato che i benefici correlati sarebbero minimi. “Senza questi alimenti c’è una riduzione della mortalità da tumore del 7 per mille, quindi relativamente bassa. Vale lo stesso per i salumi con il diabete e le malattie cardiache. E le prove a disposizione sono deboli, incerte”, sostiene Bradley Johnston, responsabile del team di ricercatori. Uno studio decisamente controcorrente rispetto a quanto stabilito da organismi internazionali come l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc). Che, nel 2015, ha classificato la carne rossa come “probabilmente cancerogena” e i salumi e le carni lavorate come “sicuramente cancerogeni”. Da qui l’allarme sui consumi di questi alimenti e le nuove linee guida elaborate dall’Oms. Ma ora il recente studio riapre la questione e scompagina le carte, attirando anche le critiche di diversi scienziati e nutrizionisti. Il problema, commenta al Corriere della Sera Giordano Beretta, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica, è che le indagini sulle abitudini alimentari sono molto complesse: “Non è tutto rigoroso come somministrare una cura in ospedale, con dati raccolti secondo metodi ben definiti e uguali per tutti. E pure dimostrare che un singolo alimento fa male o bene è complesso, perché le prove devono comunque essere valutate tenendo presente le altre abitudini di ogni persona: ad esempio fumo, sovrappeso, altre malattie, eventuali predisposizioni familiari o genetiche ad ammalarsi”.

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