Milano – Il blocco dello Stretto di Hormuz sta trasformando rapidamente una crisi energetica regionale in uno shock sistemico per l’agricoltura globale, con ripercussioni che hanno già travalicato la sfera delle semplici previsioni per tradursi in rincari reali e immediati. Al 13 marzo 2026, il mercato dei fertilizzanti riflette una paralisi fisica delle forniture senza precedenti: il prezzo dell’urea granulare è schizzato da 415 a oltre 590 dollari per tonnellata in meno di due settimane, segnando un aumento reale del 42%. Questa impennata non è figlia di speculazioni astratte, ma della chiusura forzata dell’hub di Ras Laffan in Qatar e del blocco delle rotte iraniane, che insieme garantivano quasi la metà del commercio mondiale di questo nutriente essenziale per le colture di base come mais e frumento.
L’impatto si scarica con violenza sulle aziende agricole, che si trovano strette in una morsa tra l’esplosione dei costi dei concimi e il rincaro dei carburanti. In Italia, il gasolio agricolo ha subito un’impennata che lo ha portato da 0,86 a punte di 1,33 euro al litro, un balzo del 54% che sta rendendo antieconomiche le lavorazioni dei terreni proprio all’avvio della stagione delle semine primaverili. Nonostante il prezzo del petrolio Brent (il principale parametro di riferimento europeo e globale per la quotazione del greggio) sia leggermente rientrato dai picchi di 119 dollari, la sua stabilizzazione sopra la soglia dei 100 dollari mantiene i costi logistici e di trasformazione su livelli insostenibili per le filiere agroalimentari.
La gravità del momento è accentuata dal fatto che l’energia incide indirettamente per circa la metà del costo finale del cibo, influenzando ogni fase dalla refrigerazione al trasporto su gomma. Nazioni come l’India e il Brasile, fortemente dipendenti dalle importazioni di azoto dal Golfo, stanno già registrando interruzioni nelle catene di approvvigionamento che minacciano i raccolti della stagione 2026. Anche nell’Unione Europea la situazione è critica: il contestuale rialzo del gas naturale sopra i 50 euro al megawattora rende la produzione domestica di ammoniaca estremamente costosa, eliminando di fatto ogni alternativa economica alle importazioni bloccate. Il rischio concreto, denunciato dalle principali sigle di categoria, è che la carenza fisica di fertilizzanti costringa i coltivatori a ridurre i dosaggi, compromettendo non solo i margini di guadagno ma la resa stessa dei raccolti mondiali.