Nuova Zelanda, la riforma contro il duopolio nella Gd non funziona

2026-06-05T13:04:56+02:005 Giugno 2026 - 13:04|Categorie: Retail|Tag: , |

Woolworths e Foodstuffs continuano a controllare oltre l’80% del mercato. E i piccoli distributori faticano come prima a farsi spazio.

di Andrea Dusio

Ci sono riforme che muoiono all’alba, soffocate dalla stessa burocrazia che avrebbe dovuto nutrirle. In Nuova Zelanda, la guerra dichiarata al duopolio della Grande distribuzione si sta rivelando più complessa del previsto. I proclami governativi promettevano di spezzare le catene di un mercato blindato, ma l’ultimo report della Commerce Commission (ComCom) certifica il fallimento: Woolworths e Foodstuffs controllano ancora un granitico 82% del settore.

La ragione di questo flop è strutturale. Si è creduto che bastasse un pezzo di carta – il Grocery Supply Code – per far tremare imperi economici radicati da decenni. Ma la realtà economica non risponde ai tempi della politica. Il Codice prevede sanzioni teoricamente pesanti per chi abusa del proprio potere di mercato: le multe possono raggiungere i 3 milioni di dollari per gli individui e, per le aziende, la cifra mostruosa di 10 milioni di dollari, il 10% del fatturato o tre volte il valore del beneficio ottenuto. Sulla carta, una scure. Nella realtà, un’arma spuntata.

Perché questi milioni restano scritti nei faldoni mentre i prezzi al dettaglio continuano a schizzare? Perché l’ingresso di veri competitor alternativi richiede tempi logistici e burocratici biblici, incompatibili con la fame immediata dei consumatori. Nel frattempo, i margini di profitto dei ‘signori della spesa’ restano scandalosamente stabili. L’inflazione, di fatto, la pagano solo i cittadini. La gente si rifugia nell’online (salito all’8% del fatturato), ma pur di risparmiare i dollari della consegna si fionda in massa sul click-and-collect.

In questo scenario, i piccoli distributori indipendenti vivono una vera e propria via crucis. Esclusi dalle economie di scala dei due giganti, pagano le merci a prezzi stracciati all’ingrosso per poi rivenderle a margini ridotti all’osso, impossibilitati a competere. Per loro, l’apertura teorica del mercato è uno specchietto per le allodole: senza una rete logistica integrata e schiacciati dal rincaro degli affitti, molti negozi specializzati ad Auckland e Christchurch rischiano di chiudere prima ancora che le riforme producano effetti reali.

Mentre la politica si autoincensa per aver sbloccato i terreni vincolati, il duopolio risponde con la forza dei soldi: 595 milioni di dollari investiti nell’anno, blindando i negozi fisici con il 62% di queste risorse per schiacciare sul nascere ogni neonata minaccia. Le riforme neozelandesi non sono solo in ritardo; sono nate morte, congelate dall’asimmetria di potere tra chi legifera e chi in fin dei conti dà davvero da mangiare al Paese.

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