Roma – Il presidente di Confagricoltura e Copa-Cogeca, Massimiliano Giansanti, lancia la sfida a Bruxelles: “Serve una politica agricola comune che metta al centro i temi della produttività, della competitività e dell’innovazione, laddove invece la sostenibilità può essere attuata in tanti modi, non necessariamente con gli ecoschemi. Le risorse devono essere indirizzate agli agricoltori professionali: ancora oggi in Italia il 50% delle aziende agricole che percepiscono la Pac non hanno la partita Iva, non riesco a capire come sia possibile mettere sullo stesso piano un imprenditore professionale con uno che lo fa il sabato e la domenica. Per fare tutto questo servono poi più risorse, non certo un taglio del 20% come quello proposto dalla Commissione Ue”, spiega al Sole 24 Ore.
“Se è vero che l’Europa è un continente orientato all’export”, prosegue, “è altrettanto vero che oggi l’Europa non può diventare il mercato aperto a tutti, senza limitazioni. Per esempio, non sempre gli accordi mettono al centro la reciprocità degli standard. A questo dobbiamo aggiungere che in Europa raramente si fanno controlli: in un recente incontro con il commissario Ue alla Salute e al benessere animale, Olivér Várhelyi, abbiamo capito che la quasi totalità dei prodotti che arrivano al di fuori dell’Europa non sono oggetto di controllo nei porti europei“.
All’assemblea per gli 80 anni di Confagricoltura Parma, con Paolo Barilla, Giansanti ha dichiarato che nel modello delle filiere bisognerebbe includere anche la distribuzione: “Credo nella centralità delle filiere. Oggi il mercato ci chiede che in campo giochino i grandi campioni. Da una parte, quindi, dobbiamo lavorare per aggregare, passando dalla logica del frazionamento e del nanismo alla logica del gigante. Dall’altra parte, dobbiamo immaginare modelli che coinvolgano anche la grande distribuzione“.
Quanto poi alle IG, Giansanti sottolinea che è importante portare avanti anche altri marchi: “Oggi l’Italia è leader a livello europeo per numero di denominazioni, ma quante di queste hanno una forza contrattuale sul mercato? Non tutte. Per questo dobbiamo anche lavorare con i grandi marchi del Paese, per costruire delle filiere sempre più forti e competitive, anche all’estero”.