L’EDITORIALE
Morti bianche e tutela del credito. Ma non basta…

Morti bianche: le chiamano così ma non hanno nulla di candido. Sono quelle che avvengono nei cantieri e nelle fabbriche. Operai e manovali che – per mille motivi, fra cui l’incuria e la mancanza di prevenzione – perdono la vita al loro posto di lavoro. Li ricordano e li commemorano tutti: dal Presidente della Repubblica ai sindacati, fino ad arrivare al sindaco e al sacerdote.
Tutto bene, tutto giusto. Ma chi ricorda le altri morti bianche? Quelle degli imprenditori, per la stragrande maggioranza piccoli, che si uccidono perché non riescono a far fronte ai debiti? Chi aiuta le loro famiglie? E quelle dei loro dipendenti?
Certo, qualche rigo in cronaca. Parole di circostanza che non asciugano le lacrime. Ma soprattutto non vanno alla radice del problema. Perché? Perché suicidarsi a 47 anni, come Vincenzo Di Tinco di Taranto? O a 45, come Paolo Trivellin di Vicenza? Oppure ancora a 60, come Ivano Polita di Noventa del Piave?
L’elenco potrebbe continuare a lungo. La crisi è un ciclone che investe tutto e tutti. E i più deboli soccombono. La storia di Vincenzo Di Tinco è emblematica. Di mestiere faceva il commerciante: le bancarelle del mercato prima, un piccolo negozio di abbigliamento dopo. Aveva un problema con la banca e una tratta da 1.300 euro da pagare a fine mese. Il colloquio con un funzionario, il no al prestito, il suicidio. Una corda e un albero nella sua casa di campagna. Tutto in poche ore. Viene alla mente il titolo di un film: “Non si uccidono così anche i cavalli?”
Ivano Polita invece faceva il falegname. Una piccola azienda che, nei tempi d’oro, lavorava con i Benetton per la posa dei pavimenti in legno dei loro negozi. Poi arriva la crisi. Il lavoro non manca. Ma un conto è consegnare i prodotti, un altro farsi pagare. E così il “castelletto” piange, la liquidità manca, la banca non anticipa più. Ma gli stipendi degli operai, gli affitti, il materiale bisogna continuare a pagarlo. “Mi sento solo”, scrive Ivano. “Così non posso più vivere”. Lo trovano nel suo ufficio, dove lavorava sino a sera tardi, impiccato a una trave. Amaro il commento di Luca Zaia, il governatore del Veneto: “Scandaloso. Una volta il fallito era chi aveva debiti. Oggi chi ha crediti”.
Certo, si tratta di casi estremi. Ma sono la punta di un iceberg. Di quella piccola e media impresa, ovvero l’ossatura produttiva del nostro Paese, che non ce la fa più. Fra banche che hanno stretto i cordoni della borsa, clienti che non pagano, pratiche burocratiche sempre più lunghe, inutili e avvilenti. Ma è mai possibile che tre aziende venete convochino i giornalisti perché Equitalia non rimborsa loro 14 milioni di euro (avete capito bene, 28 miliardi di vecchie lire) di Iva?
In tutto questo la bagarre sull’articolo 18 e sui provvedimenti sul lavoro fa sorridere. I problemi sono altri. E il primo, e più importante da affrontare, è la tutela del credito. Parliamoci chiaro: in Italia chi non vuole pagare, non paga. Non veniteci a raccontare storie. Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo qualcuno che ha fatto il furbo. Prima li tempestavamo di telefonate. Oggi non più. Sono spariti. Volatilizzati. Lasciandoci con pezzi di carta di cui abbiamo pagato l’Iva e inserito l’importo nei fatturati. Il danno e la beffa. Quanti come noi?
E’ ora che la politica si dia una bella svegliata. E attivi al più presto quei meccanismi in grado di tutelare chi lavora bene e con professionalità. Bisogna farlo in fretta.
Le notizie sulle “morti bianche” non le vogliamo più sentire. Ma non basta.
La politica può aiutare ma non risolve il problema della solitudine. Ecco allora l’esigenza di un gruppo di amici che si mettono insieme per aiutarsi a fare impresa. Il Buon Gusto Veneto, associazione nata da un gruppo di imprenditori dell’alimentare (vedi Salumi & Consumi di marzo, pagine 26 e 27), ne è un esempio. “La Rete è nata dalla passione e dall’amicizia di alcune persone”, hanno spiegato gli ideatori del progetto.
Passione, amicizia: e se Vincenzo, Paolo, Ivano avessero incontrato un luogo così? Chissà…



angelo.frigerio@tespi.net


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