“Qui se non succede qualcosa, andiamo tutti a ramengo”: l’allarme dei produttori di salumi

I prezzi della materia prima aumentano ma quasi nessuno vuole ritoccare i listini. Questa la situazione oggi nel mercato della carne suina trasformata. Un incremento significativo, quello delle cosce e degli altri prodotti della macellazione: del 28% in gennaio e del 22% in febbraio. Molte le ragioni: l’aumento dei consumi sul crudo e le problematiche relative al comparto, la diminuzione del parco scrofe, le continue richieste di carne suina dalla Cina. “Qui se non succede qualcosa, andiamo tutti a ramengo”: si lamenta un produttore.

Anche perché l’altro nodo della faccenda è la distribuzione. Che continua a pontificare mentre la nave sta affondando. E soprattutto scarica i costi sui produttori. Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio. C’è Esselunga, per esempio, che in tempi non sospetti, in novembre, ha detto che avrebbe riconosciuto delle variazioni di listino. Cosa che poi ha fatto in gennaio.

Non così gli altri. I francesi, Auchan e Carrefour, per esempio, danno appuntamenti poi li rimandano. Temporeggiano quando non si può proprio perdere tempo. E di ritoccare i listini pare non ne vogliano sapere. Per non parlare di Coop. Lì dicono che i margini non consentono aumenti e alzano il baluardo della crisi economica generale: “Come facciamo ad aumentare i listini in un momento come questo? Andiamo a mettere in difficoltà la pensionata che non sa come arrivare a fine mese?”.

Ma il problema è un altro. Non si possono far pagare ai fornitori le proprie inefficienze. Un esempio? La gran quantità di punti vendita, posizionati senza alcuna logica. Con il solo obiettivo di conquistare posizioni. Per rendersene conto basta passare davanti all’Auchan di Cinisello Balsamo, nel milanese, oggi chiuso. Un’autentica cattedrale nel deserto. O dare un’occhiata ad altri centri commerciali troppo spesso vuoti.

A questo punto non è possibile che il governo continui a chiudere gli occhi. Qualche suggerimento può venire dalla Cina, dove è stata creata una ‘riserva’ di maiale. L’obiettivo è mantenere il prezzo dei suini abbordabile: se diventa troppo caro, il governo immette parte del proprio stock sul mercato. E se il prezzo cala, la riserva compra più maiali. Comunque vada, gli allevatori vengono salvaguardati. E poi ci sono sussidi, incentivi fiscali, prestiti a tasso agevolato. Tutto per stimolare il comparto a valle. Noi di suini ne abbiamo pochi, si sa, ma non vuol dire che non si possa intervenire. Come spiega Nicola Levoni, presidente di Assica: “Tutto il settore sta lavorando molto sul benessere animale e su altre caratteristiche sempre più richieste dalla distribuzione. La necessità di effettuare controlli serrati è stata accolta da tutta la filiera. E questi controlli, ovviamente, hanno un costo. Che non può essere pagato solo dai produttori, ma va condiviso da tutti. Credo che il Governo non possa continuare a chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò. Dovrebbe fare un discorso di ampio respiro. Oltre all’aumento di controlli – che è sacrosanto – bisogna agire su altre leve sul piano fiscale e degli incentivi, indispensabili per tutelare il segmento”.