Di Luigi Rubinelli
Luigi Lazzareschi è una persona schiva, lontano dai social media e dai giornali. Ha una visione di breve, di medio e di lungo periodo. Se si espone come ha fatto recentemente, ha le sue buone ragioni. Riportiamo alcuni ragionamenti postati su LinkedIn. Valgono sicuramente per il settore del cartario, ma si possono estendere tranquillamente a tutto il largo consumo.
Dice Lazzareschi:
“L’industria cartaria europea – e con essa il distretto lucchese – sta entrando in una nuova fase di stress energetico. Ma questa volta con molte meno reti di sicurezza.
L’escalation in Medio Oriente ha riportato il petrolio sopra i 100$/bbl e spinto il gas europeo a crescere di oltre il 60% in pochi giorni.
Con i flussi di LNG sotto pressione e choke point strategici come lo Stretto di Hormuz esposti a rischi geopolitici, il quadro è chiaro: la volatilità non è più un’eccezione. È la condizione di normalità. E c’è una verità scomoda: questo shock potrebbe potrebbe colpire più duramente del 2022.
Dopo il Covid
Allora, i produttori erano riusciti a trasferire a valle aumenti di prezzo significativi. Oggi lo scenario è diverso:
– La domanda è più debole.
– I mercati della carta e anche del tissue sono in oversupply, troppa sovracapacità produttiva.
– Troppe importazioni di prodotti, con dubbie se non assenti certificazioni forestali senza che clienti e consumatori si pongano il problema o ne siano a conoscenza.
– Il pass-through dei costi è tutt’altro che garantito.
Nel frattempo, l’Europa ha sostituito la dipendenza dai gasdotti con quella dal LNG, più flessibile, sì, ma anche più fragile in un contesto geopolitico instabile.
Per i segmenti energy-intensive, come il cartario, si tratta di una compressione diretta dei margini. Per l’intero settore, è e sarà uno stress test strategico.
È qui che si creerà la vera frattura.
Non tra grandi e piccoli.
Non tra integrati e non integrati.
Ma tra chi si adatterà in modo strutturale e chi continuerà a sperare in un ritorno alla ‘normalità’. Perché la normalizzazione non è più il punto di riferimento. Lo è la volatilità.
Il problema delle importazioni a basso prezzo
Ognuno saprà cosa fare, ma potrei suggerire cosa dovremmo evitare:
– Aspettare che i prezzi dell’energia tornino alla normalità.
– Competere sul prezzo in segmenti in oversupply.
– Ignorare l’impatto delle importazioni a basso costo sul posizionamento di lungo periodo.
– Rimandare decisioni strutturali su capacità produttiva e struttura dei costi.
I margini saranno sicuramente sotto pressione per tutti, ma per chi non è preparato, sarà messa in discussione la sostenibilità stessa del business.
Questo non è solo un tema di margini.
È un passaggio che può mettere in discussione la tenuta industriale del distretto.
E, inevitabilmente, chiama in causa anche altro: politiche energetiche, tempi autorizzativi, strumenti industriali.
Perché se la volatilità è la nuova normalità, anche le risposte non possono più essere ordinarie.
Il tissue è, e resta, un business regionale, le sinergie globali sono limitate. Al di là di alcune economie di scala, avere stabilimenti in paesi diversi non genera benefici significativi. Al contrario, introduce una molteplicità di complicazioni.
In questo contesto, la logistica diventa un fattore critico che, da un lato, complica i processi, ma dall’altro dovrebbe contribuire a proteggere le industrie locali.
Ma la realtà sta andando in una direzione diversa.
Negli ultimi anni, infatti, il mercato europeo è stato sempre più invaso da prodotti provenienti da paesi asiatici.
È difficile spiegare questa competitività semplicemente con una maggiore efficienza industriale. Le differenze risiedono in fattori strutturali: standard ambientali meno stringenti, normative sul lavoro meno rigorose, sistemi di governance opachi e, in molti casi, assenza di certificazioni affidabili sulla provenienza e sostenibilità delle materie prime, in particolare forestali.
Siamo alla concorrenza sleale
Il risultato? Concorrenza sleale. Un esempio emblematico è rappresentato dal sistema ETS europeo, che impone alle aziende di pagare per le emissioni di CO₂. Questo costo incide in modo significativo per i produttori europei, mentre gli esportatori extra-UE non sono soggetti agli stessi obblighi.
Ma c’è di più. Le aziende europee, per compensare le proprie emissioni, acquistano crediti ambientali spesso provenienti proprio dagli stessi paesi che esportano in Europa. Non solo sosteniamo un costo, ma contribuiamo a finanziare chi quel costo non lo sostiene.
Una doppia penalizzazione
Nel frattempo, certa grande distribuzione, i consumatori che non ne sono a conoscenza e parte del mercato sembrano ignorare queste dinamiche, privilegiando il prezzo nel breve termine. Alcuni operatori, inoltre, sfruttano queste distorsioni in modo opportunistico, contribuendo a indebolire non solo l’industria europea, ma anche l’equilibrio complessivo del sistema.
La politica, dal canto suo, appare troppo spesso lenta, distratta o inefficace nel correggere queste asimmetrie e nel garantire condizioni realmente comparabili di competizione anche se la storia recente di altri settori industriali europei dovrebbe rappresentare un monito chiaro.
La competizione è un motore fondamentale di innovazione e crescita. Ma deve avvenire a condizioni eque.
Chi esporta in Europa dovrebbe rispettare standard comparabili in termini di diritti del lavoro, governance, aiuti di Stato, certificazioni ambientali e forestali. Solo così si può parlare di un mercato realmente aperto e corretto.
In assenza di queste condizioni, il rischio è che l’Europa diventi progressivamente un terreno di conquista, con conseguenze rilevanti non solo dal punto di vista industriale, ma anche sociale e ambientale.
Il rischio non è teorico. Il futuro del distretto lucchese e più in generale dell’industria cartaria europea non dipende solo dalla capacità di competere, ma anche dalla capacità di far valere regole condivise.