Roma – L’analisi dell’indice Fao dei prezzi dei cereali di marzo 2026 evidenzia un’inversione di tendenza strutturale causata dal conflitto nel Golfo, con il frumento che ha raggiunto i 217 dollari per tonnellata sui mercati dei futures. Il fenomeno non deriva da una carenza fisica immediata di granaglie, ma da una pressione insostenibile sui costi variabili della filiera. Il dirottamento forzato delle navi cargo e l’impennata del prezzo del bunker oil hanno generato sovrapprezzi logistici compresi tra 3mila e 4mila dollari per container. Parallelamente, il mercato dei fertilizzanti azotati ha subito uno shock verticale con l’urea balzata a 683 dollari per tonnellata in una sola settimana, spingendo i coltivatori nordamericani a ridurre del 5% le semine di mais a favore di colture meno esigenti. Questa dinamica aggrava l’insicurezza alimentare nei paesi importatori netti come il Sudan, dove il costo del pane è aumentato del 20%.
I dati riflettono le proiezioni diffuse dal World Food Programme (Wfp) nel suo ultimo rapporto sulla crisi energetica e alimentare globale. Rispetto al picco della crisi ucraina del 2022, quando il frumento toccò i 450 dollari per tonnellata, l’attuale crisi del 2026 presenta prezzi nominali inferiori ma una pressione strutturale più insidiosa. Se nel 2022 il problema era la disponibilità fisica di granaglie dai porti del Mar Nero, oggi lo shock è guidato dai costi di produzione e logistica. L’urea, fondamentale per le rese, ha superato i livelli del 2022 gravando sui margini dei coltivatori globali. Secondo i dati del World Food Programme, mentre nel 2022 la crisi era localizzata sull’offerta di cereali, nel 2026 l’instabilità energetica del Golfo minaccia l’intera infrastruttura agricola, rendendo il sistema alimentare più fragile rispetto a shock climatici o logistici concomitanti.