Le conseguenze del conflitto in Iran interessano tutto l’agroalimentare made in Italy. Il punto di vista di Ceo ed export manager di numerose aziende del food&wine. Tra ordini bloccati e aumenti dei costi di energia e logistica.
A cura della redazione
La crisi nell’area del Golfo continua a tenere banco tra gli operatori dell’agroalimentare. Sono molte le aziende italiane coinvolte, dato che il business è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. Per cercare di capire come si sta evolvendo la situazione abbiamo contattato export manager e Ceo di alcune importanti realtà.
Il blocco delle spedizioni
Ordini attivi bloccati e container fermi, nei porti italiani o in quelli intermediari. È questa la situazione per Bottega, cantina e distilleria della provincia di Treviso, come ci racconta un portavoce aziendale: “I nostri Prosecco Bar negli aeroporti di Dubai e Abu Dhabi sono al momento chiusi”, afferma. “Difficile prevedere quanto la situazione cambierà, al momento è tutto in stand by”. “Abbiamo un carico di merce bloccato a Dubai”, spiega l’export manager di una nota azienda di cereali e farine. “Le navi stanno utilizzando il porto di Gedda, in Arabia Saudita, e abbiamo già rilevato un incremento dei noli marittimi pari a circa il 30%. Altro fronte caldo è quello dell’energia: i prezzi del carburante sono aumentati e questo incide sui costi di trasporto. Continuiamo comunque a operare in tutta l’area (incluso Israele), nonostante le difficoltà logistiche: la domanda per i nostri prodotti è infatti molto alta”.
Anche il titolare di un’azienda di salumi attiva in zona rileva alcune difficoltà: “Abbiamo avuto una partita di merce bloccata, che non è stata sdoganata lunedì. Nei giorni successivi le spedizioni sono riprese e tuttora c’è continuità di rifornimento nei mercati dell’area con prodotti consolidati. Ci sono alcune criticità per quanto riguarda le nuove campionature: i clienti ci hanno chiesto di aspettare”.
Francesco De Marco, Group International Sales Director di Lago Group, azienda dolciaria, aggiunge: “In questo momento abbiamo cinque container in mare e ogni giorno ci vengono comunicate nuove date di arrivo. La prima dovrebbe essere intorno al 18 marzo, ma gli aggiornamenti arrivano di giorno in giorno. Avevamo anche quattro container nei porti di Genova e Trieste destinati a Oman e Qatar, ma ieri ci hanno detto di riprenderli perché non partiranno. Nel frattempo, abbiamo quantitativi di prodotto fermi qui in azienda, tra produzione e stock: più di mezzo milione di euro di merce che non può partire. Il nostro business nei Paesi arabi, dove esportiamo soprattutto wafer e savoiardi, è molto sviluppato, quindi per noi questa guerra ha un impatto significativo. Non riusciamo a capire per quale motivo non si forzi il passaggio nello stretto di Hormuz. Così non si può andare avanti, soprattutto per quanto riguarda l’approvvigionamento dei beni di prima necessità per le popolazioni”.
Una realtà del settore caseario, presente con i suoi prodotti in molti ristoranti nelle città dei Paesi del Golfo, ci ha fatto sapere che diversi clienti hanno chiesto di interrompere l’invio di merce.
Timori per i costi di energia e logistica
Il tema dei costi nel medio periodo è più che mai caldo, come sottolineano diversi operatori. “È presto per avere un’idea delle conseguenze dirette che questa situazione avrà sulle nostre esportazioni, in particolare gli impatti logistici verso mercati limitrofi, come la Turchia”, sottolinea Anna Sgarzi, export manager di Cantine Sgarzi Luigi. “A preoccuparci è anche l’impatto che avvertiremo sui costi produttivi ed energetici, destinati a lievitare”.
“Per una realtà come Inalpi, lo scenario che si è venuto a creare nell’area Mediorientale potrebbe produrre, nel breve periodo, effetti indiretti sul fronte logistico e dei costi operativi”, aggiunge Ambrogio Invernizzi, presidente dell’azienda lattiero casearia piemontese. “Le tensioni nell’area stanno infatti incidendo sulle rotte commerciali internazionali, determinando l’allungamento dei tempi di trasporto e un aumento dei costi legati alle spedizioni. In una fase caratterizzata da una così forte volatilità dei mercati, la solidità della filiera e l’efficienza organizzativa diventano elementi fondamentali per mantenere competitività e continuità operativa”.
Fonti vicine a una nota multinazionale delle spedizioni fanno sapere che la gestione dei voli freighter (merci) dipende dalla compagnia aerea. Dal 7 marzo Emirates dovrebbe tornare a riprendere gradualmente i voli merci, mentre per Etihad e Qatar Airways è tutto fermo almeno fino a oggi. Saudia Cargo vola sull’Arabia Saudita ma non atterra in altri Paesi del Golfo. A Malpensa, inoltre, si sono visti operatori che smontano i pallet carichi di merce in aeroporto per rinviare la merce ai mittenti, ovvero gli esportatori.
Il business continua, nonostante tutto
“Esportiamo in Libano e Iraq: al momento non abbiamo avuto ripercussioni sulle spedizioni via nave. Per quanto riguarda i transiti dei container verso il Sud-Est Asiatico, invece, siamo già stati informati che le navi procederanno con la circumnavigazione dell’Africa, impiegando circa 20 giorni in più”, segnala alla nostra redazione un’azienda specializzata nel settore dei formaggi a pasta filata. “Siamo solo all’inizio ed è difficile capire quali saranno le conseguenze sul nostro business e sul comparto”, conclude.
Alcuni esportatori hanno segnalato l’interruzione dell’invio di campionature a nuovi potenziali clienti nell’area del Golfo a causa del blocco che ha interessato gli spazi aerei di Iran, Iraq, Israele, Siria, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Qatar tra il 28 febbraio e il 2 marzo. Mentre diversi operatori del settore lattiero caseario non segnalano alcun problema per quanto riguarda le spedizioni per via aerea in Estremo Oriente, che, non prevedendo scali, giungono normalmente a destinazione.
Spiega Giulio Gherri, amministratore delegato di Parmafood Group: “Siamo preoccupati per come potrebbe cambiare il quadro nelle prossime settimane, se il conflitto dovesse prolungarsi. Al momento per la nostra azienda l’impatto è limitato, vedo più problematico il settore del turismo. Tutta l’area resta comunque strategica: abbiamo investito molto negli ultimi anni con la presenza a Gulfood e al Saudi Arabia Show, dato che è un mercato sempre più dinamico per il made in Italy”.
“In questo momento di grande incertezza possiamo solo stare alla finestra e cercare di capire come muoverci, anche su indicazione di chi sta gestendo la situazione in loco”, commenta Francesco Bianchi di Tedesco Group. La preoccupazione delle aziende, però, non riguarda però solo il destino dell’export, ma anche e soprattutto quello delle persone coinvolte. “Di fronte a eventi simili, non si può guardare solo al business”, aggiunge Bianchi. “La prima preoccupazione è per i nostri partner coinvolti in prima persona, e a cui vogliamo trasmettere tutta la nostra vicinanza”.