Santambrogio: “Marca su tre giorni? Sono d’accordo”

2026-01-23T11:26:27+01:0023 Gennaio 2026 - 12:35|Categorie: Aperture del venerdì, Fiere, in evidenza, Retail|Tag: , , , |

L’evento di Bologna Fiere sulla Mdd si conferma un successo per gli operatori. Ma si accende il dibattito sulla durata e sull’organizzazione per categorie merceologiche. Intervista con il Ceo di Gruppo VéGé.

Di Federico Robbe

Marca 2026 ha suscitato un dibattito tra gli addetti ai lavori, come è emerso anche dal nostro Pagellone della fiera. Tra i temi caldi la proposta di estendere l’evento a tre giorni (dal 2020 la superficie espositiva è raddoppiata) e la suddivisione dei padiglioni per categorie merceologiche. La parola a Giorgio Santambrogio, Ceo di un player di primo piano come Gruppo VéGé.

Cosa pensi della proposta di estendere la fiera su tre giorni?

Innanzitutto, bisogna dire che i centri decisionali di Marca sono in capo al comitato esecutivo di Adm e l’approccio è molto bottom-up, nel senso che non c’è alcuna velleità di stabilire ex cathedra qualsiasi decisione sulla fiera. In questi anni ci sono state molte sollecitazioni da parte di aziende che fanno parte di Adm o del comitato tecnico della fiera in merito a delle evoluzioni.

Quali temi sono emersi?

Intanto che la fiera è un successo. E non solo perché vi sono più espositori, stand e buyer internazionali; è un successo perché la fiera di Bologna è diventata un evento culturale sulla Marca del distributore. Un processo iniziato con la mia presidenza di Adm, ormai nove anni fa, nell’ottica di unire aspetti culturali con altri eminentemente fieristici.

Quali sono gli aspetti culturali più di rilievo?

L’obiettivo è creare cultura sulla Marca del distributore. È nato a Marca, non a caso, un cambio di semantica con la scelta di chiamarsi ‘Marca del distributore’ e non più ‘private label’. Così viene percepita come una marca, seppur non realizzata dall’industria. Lo stesso vale per ‘copacker’, termine poco felice, sostituito con ‘Mdd partner’, che ha tutto un altro impatto e valorizza una partnership in molti casi decennale. A Marca la business community discute come dare valore alla Mdd, approfondendo vari aspetti come la sostenibilità e la salubrità della filiera, l’aiuto alla responsabilità sociale, la percezione del consumatore e molto altro. È importante che la fiera resti un evento sulla Mdd, non la ‘fiera del retail’. Per queste ragioni, e ascoltando anche le istanze di tante imprese della distribuzione e dell’industria, la mia sensazione è che Marca sia diventata così grande che dobbiamo farla evolvere. Personalmente sono d’accordo nell’aggiungere un giorno, per avere tempi un po’ più rilassati e permettere di vivere maggiormente la fiera a chi partecipa al convegno inaugurale e ad altri momenti istituzionali. Poi è chiaro che è Adm a decidere, di concerto con il comitato della fiera, e non dipende da me o da altro singolo retailer.

C’è poi un altro tema che riguarda le catene: l’opportunità di restare in fiera per tre giorni con il top management e i buyer di riferimento. È una preoccupazione condivisa?

La preoccupazione esiste. Le catene devono attrezzarsi con una pianificazione intra-aziendale efficace, così da alternare la presenza di figure strategiche in fiera. Non si può garantire la presenza apicale dei retailer per tre giorni. Già adesso ci sono alcuni manager e buyer che partecipano solo al convegno e tornano in ufficio.

Cosa pensi della proposta di raggruppare le categorie merceologiche per facilitare le visite dei buyer?

Con tutto il rispetto per ciascuna categoria, ce ne sono alcune più appealing e altre un po’ meno. Se i retailer dovessero essere distribuiti in una fiera organizzata per categorie, si potrebbero generare malumori e polemiche. Sinceramente lascerei il layout così com’è. Se dovessimo classificare i retailer per quote di mercato, non sarebbe corretto mettere i primi cinque in un padiglione più affollato e altri in zone periferiche. Così come i retailer sono in ordine sparso, anche l’industria deve fare lo stesso. Altrimenti il rischio è che Marca diventi troppo simile a Cibus e Tuttofood e troppo incentrata sull’industria di marca; questo non deve accadere.

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