Ungheria: al via il processo a Hungary Meat. La difesa di Piero Pini

2021-02-23T17:06:18+01:0023 Febbraio 2021 - 16:46|Categorie: Carni, in evidenza, Salumi|Tag: , , , |

Kecskemét (Ungheria) – Lunedì è iniziato al Tribunale di Kecskemét il processo a Piero Pini e ai suoi collaboratori di Hungary Meat. Secondo quanto dichiarato dall’imprenditore nel corso dell’udienza, “il diritto a un processo equo (come previsto dalle norme comunitarie, ndr) è stato violato dal fatto che i documenti chiave della causa – le perizie e le dichiarazioni degli imputati e dei testimoni – non sono stati tradotti in italiano”. A rivelarlo diversi giornali ungheresi. Secondo la procura non ci sono stati problemi, poiché gli imputati hanno avuto accesso alla pratica con il loro interprete. L’accusa del procuratore generale della contea di Bács-Kiskun nei confronti di Piero e del figlio Marcello è aver commesso frode di bilancio e riciclaggio di denaro in un’organizzazione criminale. Il valore del danno è di 6,1 miliardi di fiorini ungheresi (16,7 milioni di euro). I difensori della famiglia Pini hanno sostenuto che la causa non può iniziare in questa forma. Secondo l’avvocato difensore Péter Novák, ogni persona sospettata ha il diritto di avere il tempo e i mezzi per preparare la propria difesa. Il procuratore Rita Rédei ha spiegato che l’ufficio del procuratore generale ha dato accesso ai documenti con l’aiuto di un interprete, quindi il loro diritto a un equo processo non sarebbe stato violato. Ma Novák ha replicato che sarebbe come dire a un giudice che può visionare un corposo documento ma non prenderlo, e dovrebbe condurre il processo sulla base di quel che ha potuto vedere. Secondo il consiglio penale della dott.ssa Ibolya Hadnagy,  i documenti più importanti erano stati tradotti e il fascicolo è stato esaminato in presenza di un interprete. Quindi, secondo l’accusa nessun diritto sarebbe stato violato. Tesi perlomeno ardita: un conto è poter visionare i documenti del processo in italiano, un altro in presenza dell’interprete. Il pubblico ministero ha poi chiesto una condanna di tre anni e sei mesi per Piero Pini e suo figlio Marcello. In più è stato chiesta la loro estromissione per quattro anni dall’attività imprenditoriale. Gli imputati hanno negato di aver commesso alcun reato. Piero Pini, nel corso del dibattimento, ha così dichiarato:  “Non avrei mai comprato conti fittizi se fossi stato un mafioso. E se la società che ho gestito per decenni fosse un’organizzazione criminale, non avrei lasciato così tanti soldi nei conti dell’azienda”. Per rimborsare lo Stato ungherese l’imprenditore italiano ha anche venduto quattro società straniere. Infine il suo avvocato ha aggiunto che nel settore tutti lavorano con agenzie di reclutamento perché c’è carenza di manodopera. E il pagamento dei contributi non è compito del datore di lavoro, ma dell’agenzia. Quindi l’accusa di riciclaggio di denaro è del tutto incomprensibile.

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