Di Angelo Frigerio
Convegni, eventi, tavole rotonde: non c’è settore economico nel nostro paese che non veda, mese per mese, l’alternarsi di momenti in cui… ‘ci si confronta’. E l’agroalimentare italiano, in questo sport, si distingue. A volte durano mezza giornata, altre volte occupano addirittura un giorno o più.
Si discute di tutto: la filiera, il rapporto fra industria e distribuzione, il made in Italy, la sostenibilità (parola con cui tutti si sciacquano la bocca) e chi più ne ha più ne metta. È l’isola di Laputa. Ricordo ai lettori che si tratta di un luogo immaginario, creato dalla fantasia di Jonathan Swift, che situa l’isola nel libro I viaggi di Gulliver. Un luogo fantastico in cui gli abitanti parlano esclusivamente di matematica e musica, vivendo distratti dai loro stessi pensieri. Teoria tanta, adesione alla realtà poca. Swift usò l’Isola di Laputa per criticare aspramente la Royal Society britannica e l’eccessiva fiducia nella speculazione scientifica, disconnessa dai bisogni reali dell’umanità.
E’ quello che succede, di solito, nei convegni. All’inizio c’è sempre un save the date. Un avviso che in quel giorno, a quell’ora, in quel luogo ci sarà la tal iniziativa. Segue l’invito ufficiale con i nomi dei relatori e la richiesta di adesione. Gestisce tutto l’ufficio stampa a cui spetta poi l’ingrato compito di cammellare i giornalisti. Qui le mail e le telefonate si sprecano. Arriva poi il fatidico giorno del convegno. Dopo la registrazione dei partecipanti e il coffee break si inizia. C’è sempre il politico di turno che, in apertura, impartisce la sua benedizione urbi et orbi. Il più delle volte con una supercazzola prematurata (copyright Amici miei) con scappellamento a sinistra o destra in funzione dell’appartenenza partitica.
Segue l’espertone che con grafici e numeri spiega agli astanti lo stato dell’arte del settore. Si apre poi il dibattito che prevede la partecipazione del presidente dell’associazione di categoria, uno o più rappresentanti dell’industria, a volte l’agricoltore (e qui Coldiretti la fa da padrone), la distribuzione. Gli interventi sono spesso soporiferi e conciliano il sonno, soprattutto il primo pomeriggio. Quante volte ho visto teste ciondolare vistosamente nel tentativo di stare svegli come pure partecipanti che, vinti dalla stanchezza, russavano sonoramente…
A dirigere il tutto, c’è sempre il moderatore. Di solito si sceglie fra i giornalisti ‘amici’. Quelli che non fanno domande ‘scomode’, che non approfondiscono, che non disturbano, affinché il convegno proceda sempre in modo tranquillo. Insomma: mai visto scorrere il sangue, mai visti scazzi fra i partecipanti. Tutto va bene madama la marchesa.
Poi, di solito, c’è il momento delle domande. E qui ci divertiamo. C’è un terzetto di giornalisti a cui invece piace lavorare ai fianchi i relatori. Sto parlando di Luigi Rubinelli, Emanuele Scarci e il sottoscritto. Tre rompipalle che fanno sempre domande di approfondimento nel tentativo di mettere un po’ di sale in una minestra spesso riscaldata. Il trio RuScaF fa sempre paura.
Ricordo sempre una simpatica ‘esperta’ di una notissima società di ricerche che mi confessò, una volta: “Quando vi vedo in sala, mi si gela il sangue”. I convegni finiscono sempre a tarallucci e vino. I più sfigati offrono finger food, pizzette, tramezzini e bevande varie. Veri e propri attentati alla salute. Altri, i più ricchi, prevedono invece un pranzo, di solito a buffet, in piedi. Dopo il caffè, ci si saluta. Alla prossima… Che palle!