I furbetti della skimpflation

2023-12-07T11:36:30+01:007 Dicembre 2023 - 12:30|Categorie: Aperture del venerdì, in evidenza, Mercato|Tag: , , , |

È persino più subdola della shrinkflation (sgrammatura). Perché allo stesso prezzo corrisponde minore qualità. Ma accorgersene – e dimostrarlo – è molto, molto più difficile.

Sul fenomeno sgradevolissimo della shrinkflation – dove invece che alzare il prezzo di un prodotto si sceglie di diminuire la quantità – abbiamo già scritto più volte. C’è però un altro neologismo di questa inclinazione a voler fregare a tutti i costi il consumatore che è meno conosciuto ma ben più pericoloso: la skimpflation. In questo caso, prezzo e grammatura restano identici, ma a cambiare è la qualità degli ingredienti, ovviamente rivista al ribasso. Skimpflation deriva infatti dal verbo inglese to skimp, che significa ‘risparmiare’, o meglio, ‘lesinare’.

Un fenomeno che è ancor più subdolo perché difficile da smascherare. Per un occhio attento è infatti facile controllare pesi e grammature, ma quali parametri permettono di valutare in modo oggettivo un cambio di tipo qualitativo? Solo uno: la lista degli ingredienti. Ed è così che qualche furbetto della skimpflation è già stato beccato. Facciamo un piccolo passo indietro, perché a differenza della shrinkflation, la skimpflation non si riferisce solo a beni di largo consumo, ma a prodotti e servizi di ogni tipo: casse automatiche al posto del personale, il costo del bagaglio che supera quello del biglietto, la mancanza dei set di cortesia negli hotel e via dicendo.

Nell’alimentare, questo si verifica quando un prodotto viene impoverito attraverso la riduzione o sostituzione di alcuni ingredienti con alternative meno pregiate. Lo sa bene Daniel Noël, canadese, che ha smesso di comprare le sue amate barrette di granola Quaker Dipps dopo che addentandone una ha notato un sapore diverso, “stantio”. Come racconta a CBC News, all’inizio pensava fossero scadute, ma non era così. Noël ha quindi guardato la lista degli ingredienti e l’ha confrontata con quella presente su una confezione acquistata tempo prima. E ha svelato l’arcano: se prima si parlava di ‘chocolate coating’, ovvero di un rivestimento di cioccolato, adesso si parla di ‘chocolately coating’, un rivestimento al sapore di cioccolato.

Un altro caso recente riguarda un condimento per insalata, il Wish-Bone House Italian salad dressing (Italian sounding, per giunta), venduto dalla statunitense Conagra. In questo caso, guardando la bottiglia i consumatori hanno notato un livello molto più esiguo di olio rispetto al passato. La verifica in etichetta ha confermato una riduzione del 22% a fronte di un aumento di acqua e sale pari al 30%. Già un anno prima Conagra era stata colta sul fatto con un altro suo prodotto, un sostitutivo vegetale del burro chiamato Smart Butter. Scriveva a settembre 2022 il New York Post: “Durante l’estate, Conagra Brands ha armeggiato con gli ingredienti della sua crema spalmabile dairy-free e ora l’acqua figura come il primo ingrediente invece che come il secondo”. Il contenuto di olio vegetale era infatti passato dal 64 al 39%. Più di 800 consumatori avrebbero definito la nuova formula “immangiabile”, “disgustosa”. Conagra non ha potuto fare altro che tornare sui suoi passi e reintrodurre la vecchia ricetta.

Altri casi sono stati segnalati nel Regno Unito: un gin che prima aveva un contenuto alcolico del 43,1% e in seguito del 41,3% (interessante scelta numerica…), o un vino sudafricano che prima conteneva il 13% di alcol e poi l’11% (la tassazione sopra l’11,5% è maggiore, che casualità).

In Italia casi eclatanti di skimpflation non sono ancora stati riportati. O almeno non sono ancora giunti alle nostre orecchie. Sarebbe un danno d’immagine ben più grave rispetto alla già sgradita shrinkflation. Che in Francia è finita al centro di un vero e proprio sabotaggio: a settembre, il Ceo di Carrefour Alexandre Bompard ha dichiarato guerra aperta alle aziende che praticano la sgrammatura e sugli scaffali, in corrispondenza di alcuni prodotti, sono comparsi cartellini con scritto: “Questo prodotto ha visto diminuire il suo peso e aumentare il prezzo praticato dal nostro fornitore”. Sono così finite alla pubblica gogna le capsule di caffè Nestlé, la Viennetta di Unilever, le patatine Lay’s e il tè freddo a marchio Lipton (entrambi di PepsiCo). Ai furbetti della skimpflation conviene quindi stare in guardia. Come recita il detto, azienda avvisata…

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