Plastica monouso: la SUPercazzola della Ue

2021-06-11T12:09:04+02:0011 Giugno 2021 - 12:07|Categorie: Aperture del venerdì, in evidenza, Mercato|Tag: , , , , |

La pubblicazione delle linee guida, a un mese dall’entrata in vigore della Direttiva europea sui monouso in plastica, manda nel panico aziende e istituzioni. Per correre ai ripari, Bruxelles sembra disposta a fare qualche concessione. Ma non se ne poteva parlare prima?

È braccio di ferro tra Italia e Commissione europea sulla Direttiva che vieta i manufatti in plastica monouso. Almeno in seguito alla pubblicazione (tardiva) delle sue linee guida. Ma Bruxelles sembra ora intenzionata ad ‘allargare un po’ le maglie’, concedendo almeno una piccola quantità di plastica. E in questo clima di incertezza chi paga è ancora, sempre e solo l’industria.

Ma ripercorriamo le tappe di questa epopea. Era il 27 maggio 2019 quando su Alimentando.info riportavamo la notizia che l’Unione europea aveva deciso di mettere al bando, entro il 2021, le plastiche monouso. Vietandone produzione e commercializzazione sul territorio europeo. Nel mirino dei legislatori, i 10 prodotti in plastica più comunemente trovati nei mari e sulle spiagge: bottiglie e tappi, mozziconi, cotton fioc, sacchetti di patatine e carte di caramella, assorbenti igienici, buste di plastica, posate e cannucce, coperchi di bibite e tazze, palloncini e relativi bastoncini, contenitori per cibo. Il 31 maggio 2021, un mese e tre giorni prima della sua entrata in vigore, la Commissione europea pubblica un documento contenente le linee guida per l’applicazione della Direttiva Ue 2019/904 sugli articoli monouso, comunemente chiamata Direttiva Sup (da Single use plastics). Apriti cielo.

Le linee guida forniscono una definizione di plastica ‘leggermente’ più ampia di quella recepita dall’Italia e approvata dal Senato lo scorso 20 aprile. In breve, a essere vietati non sarebbero solo i manufatti monouso in plastica ‘tradizionale’, ma anche quelli realizzati con le bioplastiche, con le plastiche oxodegradabili (alle quali sono aggiunti additivi per accelerarne la frammentazione) e quelli in carta coperta da un sottilissimo velo di plastica. “La plastica biodegradabile/a base organica è considerata plastica”, stabiliscono le linee guida europee. “Attualmente non esistono norme tecniche ampiamente condivise per certificare che un determinato prodotto di plastica sia adeguatamente biodegradabile nell’ambiente marino in un breve lasso di tempo e senza causare danni all’ambiente” ma, aggiunge, “trattandosi di un settore in rapida evoluzione, la revisione della direttiva nel 2027 comprenderà una valutazione dei progressi tecnici e scientifici compiuti”.

‘Dettagli’, questi ultimi, che per l’industria di produzione, convinta fino a ieri di poter vendere i propri prodotti senza problemi sul mercato comunitario, sono stati peggio di una doccia gelata. Se n’è accorto anche il governo, che ha subito alzato la voce con Bruxelles. “L’Europa ha dato una definizione di plastica stranissima, solo quella riciclabile, tutte le altre, anche se sono biodegradabili o sono additivate di qualcosa, non vanno bene”, ha commentato il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Insieme a lui si sarebbero attivati anche Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, oltre al commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni e allo stesso capo del governo, Mario Draghi, che secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano ne avrebbe parlato con la presidente Ursula von der Leyen.

Sta di fatto che, pochi giorni dopo, la Commissione avrebbe dato l’ok per l’istituzione, per i prodotti monouso ‘misti’, di un criterio di calcolo basato sul peso della plastica con cui sono realizzati. “E’ un esempio di ottima discussione, dell’Europa bella. Hanno capito il nostro punto di vista”, ha commentato soddisfatto Cingolani a Il Corriere. “Abbiamo dato respiro alle nostre aziende: la sostenibilità è un equilibrio tra istanze diverse”. Tutto finito a Vin Santo e cantuccini, pare.

Due domande, però, sorgono spontanee. La prima: ma visto che se ne parla dal 2019, a Bruxelles si dovevano svegliare un mese prima dell’entrata in vigore a pubblicare le linee guida? Seconda domanda: ma perché, se gli altri Stati membri hanno recepito correttamente la Direttiva, l’Italia se n’è ben guardata? Insomma, per dirla come nel film ‘Amici miei’, una vera e propria “SUPercazzola prematurata con scappellamento a sinistra”

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