Roma – La proposta di legge per vietare il consumo di carne di cavallo in Italia, approdata in Senato, solleva un acceso dibattito tra sensibilità animalista e realtà economica. Qualche cifra al contorno. Il dato più rilevante del settore è il crollo verticale del consumo negli ultimi 15 anni. Le macellazioni si sono dimezzate. Dal 2010 a oggi, il numero di capi macellati in Italia si è ridotto di oltre il 50%. Si stima che siano stati macellati circa 17.000 equidi. Secondo i recenti sondaggi (Ipsos/Animal Equality 2025), l’83% degli italiani dichiara di non consumare carne di cavallo. Solo il 17% la mangia regolarmente (almeno una volta al mese). Ma torniamo alla proposta di legge: il punto nodale è il passaggio degli equidi a “animali d’affezione”, mutuato da un innegabile mutamento culturale. La manovra però appare come un azzardo legislativo che rischia di alimentare il mercato nero. Le sanzioni sono pesantissime: fino a tre anni di carcere e multe da 100.000 euro. Ma la vera criticità risiede nel fronte economico. Il fondo di riconversione da 6 milioni di euro annui è considerato da molti esperti una “mancia” insufficiente per un settore che vanta tradizioni secolari e migliaia di posti di lavoro, specialmente nel Mezzogiorno. Il rischio è che, vietando la macellazione legale e controllata, si incentivi il trasporto illegale verso i mattatoi esteri, peggiorando paradossalmente il benessere animale durante i viaggi della morte. Inoltre, la norma impone una visione etica univoca su una scelta alimentare che, sebbene in calo, appartiene alla libertà dei consumatori. Più che una tutela, il bando rischia di trasformarsi in un boomerang burocratico, lasciando gli allevatori soli davanti a una riconversione forzata e incerta verso il turismo o la pet-therapy. Non solo. Nel testo di legge si parla anche di stop agli spettacoli che vedono cavalli o asini come protagonisti, come ad esempio i presepi viventi e il Palio di Siena.