Latte Trento chiede ai propri soci di ridurre la produzione. Berni (Grana Padano): “Rivolgersi a chi ha spinto gli eccessi”

2026-03-05T11:57:55+01:004 Marzo 2026 - 10:59|Categorie: Formaggi|

Trento – La crisi del latte, che seguita a essere quotato su livelli molto bassi, intorno ai 21 centesimi al litro sullo spot nazionale, sta toccando anche gli allevamenti trentini. La situazione è tale che Latte Trento, cooperativa che riunisce 300 allevatori, ha chiesto ai propri soci di ridurre il più possibile la produzione. “Vediamo anche da noi promozioni stracciate su latte e formaggi”, spiega Sergio Poli, direttore di Latte Trento, a il Dolomiti. “E quando il mercato scarica l’eccesso, a pagare non sono le grandi industrie, che hanno centinaia di mucche, ma chi alleva venti o trenta vacche in quota. Se ai nostri allevatori, che già prendono poco, si abbassa la remunerazione e viene tolto un ulteriore margine, molti rischiano di chiudere”.

Interpellato da il Dolomiti, Stefano Berni, direttore del Consorzio Grana Padano, che tutela anche il Trentingrana, commenta: “Sono d’accordo con l’appello lanciato dal direttore Sergio Paoli, che invita a ridurre la produzione di latte. In particolare, però, è giusto rivolgersi a chi ha spinto questa produzione, che purtroppo ha generato questo clamoroso precipizio del valore del latte spot”. Secondo Berni, “la soluzione ideale è mantenere la mandria e la stalla sulle quantità del 2024. Serve tornare ai numeri di produzione latte di due anni fa”. Ma sottolinea: “È sbagliatissimo mettere freni e vincoli alle stalle di montagna. Le criticità riguardano le stalle di pianura e fondovalle. Se si agisce sulle stalle in alta montagna si rischia l’abbandono nel territorio e senza cura si rischiano disastri”.

Le affermazioni di Berni hanno acceso il dibattito nel settore lattiero caseario trentino e sulle pagine de il Dolomiti. Secondo Giovanni Cervi Ciboldi, allevatore trentino, “accusare gli allevatori di aver spinto le produzioni unicamente per speculare sul prezzo alto del momento significa ignorare che, dopo anni di sofferenze, molti sono stati costretti a strutturarsi nel tentativo di abbattere i costi fissi per far fronte all’esplosione dei costi energetici e dei mangimi”. Significa inoltre “ignorare che la pianificazione di qualsiasi stalla è a lungo termine: dal momento che la vita produttiva di una bovina inizia due anni dopo la nascita, l’aumento della produzione verificatosi lo scorso anno non può che essere il risultato di scelte fatte nel 2023, l’anno in cui il prezzo del latte spot ha toccato i suoi massimi di sempre. L’anno in cui i caseifici, chiedendo più latte e offrendo alle stalle prezzi sempre più competitivi, davano il chiaro segnale agli allevatori di investire al fine di aumentare le produzioni e soddisfarne la domanda”. “Il mercato”, aggiunge Ciboldi, “era vivace e l’euforia era tale che lo stesso Berni, alla fine del 2024, dichiarava che l’obiettivo del Consorzio era aumentare la produzione di forme fino a 7 milioni entro il 2030”.

Berni, comunque, ha riconosciuto che “le maxi produzioni dei caseifici e delle stalle durante il 2025 derivano da prezzi che garantivano remunerazioni mai così rilevanti nel passato”. Ritiene inoltre che “la strada migliore, per le stalle e i caseifici italiani, sia quella di crescere come il mercato permette e di non esagerare come invece si è fatto e si sta facendo da qualche mese. Se si cresce con ordine e prudenza si potrà continuare ad avere un prezzo alla stalla più alto di quello francese e tedesco e il Grana Padano potrà continuare a essere la destinazione più remunerativa del latte da insilati”.

Lo scorso dicembre, inoltre, il Consorzio ha approvato il nuovo piano produttivo per il 2026 per crescere senza eccessi, introducendo un moltiplicatore a crescere alle produzioni oltre quota.

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