Ue, nel report agrifood del 2025 crescono le esportazioni ma diminuiscono i margini

2026-03-16T11:44:10+01:0016 Marzo 2026 - 10:38|Categorie: Mercato|Tag: , , |

Il calo del surplus è legato al costo delle materie prime. Tra le note positive la consistenza dei prodotti lattiero/caseari, ma anche dei dolci e delle conserve. La componente negativa è costituita soprattutto da vini e alcolici.

di Andrea Dusio

Bruxelles (Belgio) – Il settore agroalimentare europeo chiude il 2025 confermando la sua doppia anima: una potenza esportatrice inarrestabile, capace di segnare nuovi massimi storici, ma al contempo un gigante vulnerabile alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime globali. Secondo l’ultimo report della Commissione Europea, pubblicato a marzo 2026, l’Unione ha toccato il tetto record di 238,4 miliardi di euro di esportazioni. Tuttavia, la notizia che scuote i mercati è la contrazione del surplus commerciale (ossia il guadagno netto, la differenza positiva tra quanto incassiamo esportando e quanto spendiamo importando), sceso a 49,9 miliardi di euro, con una flessione di ben 13,3 miliardi rispetto all’anno precedente.

A fronte di vendite record, il saldo netto è in diminuzione del 21%, a causa delle importazioni, schizzate a 188,6 miliardi di euro (+9% sul 2024). L’Europa ha pagato a caro prezzo la sua dipendenza dall’estero per alcune materie prime chiave, in particolare cacao, caffè e tè.

Nel corso del 2025, i prezzi globali del cacao e del caffè hanno subito impennate senza precedenti. Questo ha creato un effetto a catena: da un lato ha gonfiato il valore delle esportazioni di prodotti trasformati (come cioccolato e dolciumi, cresciuti del 12% in valore nonostante un calo dei volumi del 6%), dall’altro ha fatto esplodere i costi di approvvigionamento. L’UE ha incassato di più, ma ha dovuto spendere molto di più per produrre.

Sul fronte dei mercati di destinazione, il Regno Unito si conferma il partner commerciale più solido, assorbendo circa 55,6 miliardi di euro di merci europee. Al contrario, si registra una frenata preoccupante verso la Cina, dove la domanda di cereali e prodotti lattiero-caseari è crollata, portando Pechino a perdere terreno nella classifica dei partner strategici.

Anche gli Stati Uniti, pur rimanendo un mercato fondamentale, hanno mostrato segni di stanchezza, influenzati in parte dalla normalizzazione dei prezzi dell’olio d’oliva e da un rallentamento generale dei consumi di lusso, che ha colpito duramente il settore del vino, le cui esportazioni globali sono calate del 6%.

L’analisi per comparti evidenzia la buona performance dei prodotti ad alto valore aggiunto. Il comparto lattiero-caseario ha registrato una crescita del 3%, toccando livelli record grazie a una domanda globale che non accenna a flettere per i formaggi Dop e Igp.  Accanto ai latticini, brillano i preparati a base di cereali e le conserve, che beneficiano di un posizionamento ‘premium’ imbattibile. È il trionfo dei prodotti trasformati: mentre le commodity agricole soffrono la volatilità dei prezzi, l’industria alimentare europea riesce a scaricare a valle il valore del brand e della qualità certificata. Persino il settore dolciario, nonostante i costi proibitivi del cacao, ha saputo trasformare la crisi in opportunità, aumentando il valore dell’export del 12%. Il consumatore globale, pur in un contesto di inflazione, è disposto a pagare un sovrapprezzo per la sicurezza e il gusto del ‘Made in EU’, rendendo questi settori i veri pilastri della resilienza commerciale dell’Unione.

Il comparto del vino e degli alcolici si trova invece a navigare in acque agitate, rappresentando la vera nota dolente del bilancio europeo 2025. Il settore ha subito una contrazione del 6% in valore, un segnale d’allarme che pesa enormemente sul surplus commerciale dell’Unione. A differenza di altre categorie, dove l’inflazione ha gonfiato i ricavi, l’enologia europea ha dovuto affrontare una tempesta perfetta: il calo della domanda globale si è intrecciato a un cambiamento strutturale dei consumi.

I mercati storici non garantiscono più le certezze di un tempo. Negli Stati Uniti il fenomeno del destoccaggio ha frenato gli ordini, mentre in Cina il rallentamento economico e il mutamento degli stili di vita hanno ridotto drasticamente lo spazio per le etichette Ue. Anche il Regno Unito, pur restando un partner chiave, ha eretto barriere invisibili attraverso nuove accise legate alla gradazione alcolica. Questa flessione non risparmia gli spiriti, che soffrono l’avanzata delle bevande analcoliche tra le generazioni più giovani. La crisi del vigneto Europa è dunque uno dei fattori determinanti dietro la perdita di quei 13,3 miliardi di attivo commerciale, ricordandoci che il prestigio del marchio non basta più a schermare il settore dalle nuove abitudini di consumo e dalle tensioni geopolitiche globali.

Nonostante la riduzione del surplus, il commissario all’Agricoltura ha sottolineato come l’agroalimentare rimanga la ‘spina dorsale’ dell’economia dell’Unione. Il settore contribuisce da solo al 37% del surplus commerciale totale dell’UE, un dato che evidenzia come, mentre altri comparti industriali faticano sotto il peso della transizione energetica, l’agricoltura e l’industria di trasformazione alimentare continuino a garantire stabilità alla bilancia dei pagamenti europea.

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