Berlino (Germania) – Il consumo di carne in Germania torna a salire, segnando un’inversione di tendenza che rimescola le carte nelle strategie della filiera agroalimentare europea. Secondo le ultime rilevazioni del Centro Federale di Informazione per l’Agricoltura (BZL), nel 2025 i consumatori tedeschi hanno acquistato in media 54,9 chilogrammi di carne a testa, registrando un incremento di 1,4 chilogrammi rispetto all’anno precedente. Il dato, pur restando lontano dai massimi storici del 2011 (quando si toccarono i 63,8 kg), evidenzia una ripresa della domanda che trova nel comparto avicolo il suo principale motore di crescita. Il consumo di pollame ha infatti raggiunto il record assoluto di 14,7 kg pro capite, coprendo quasi il 27% del mercato totale. Una performance alimentata non solo dal gradimento verso le carni bianche, ma soprattutto da una dinamica di prezzi più competitiva: il pollame ha subito rincari meno marcati rispetto ai segmenti bovino e suino, diventando il rifugio per i consumatori più attenti al budget.
Tuttavia, a fronte di una domanda interna in risalita, il sistema produttivo tedesco mostra segnali di affanno. La produzione nazionale è calata dello 0,3%, fermandosi a 7,3 milioni di tonnellate, penalizzata soprattutto dal crollo del comparto bovino (-6%). Nonostante il comparto suino abbia registrato una lieve crescita (+1,1%), grazie alla stabilità delle mandrie e all’aumento del peso delle carcasse, il vero nodo critico emerge dal tasso di autosufficienza. Il dato aggregato è sceso al 114,6%, perdendo 4,5 punti percentuali in un solo anno, ma la cifra nasconde un paradosso strutturale: la Germania è costretta a importare massicce quantità di tagli pregiati. Sebbene il Paese produca più suino di quanto ne consumi a livello di biomassa, la capacità di soddisfare la richiesta di filetti, prosciutti e braciole si ferma ad appena l’80%. Per colmare questo gap e rispondere alla fame di proteine del mercato interno, le importazioni di carne e frattaglie sono balzate dell’11%, superando i 3,6 milioni di tonnellate. Questo scenario delinea una Germania meno ‘centrale’ e più dipendente dai flussi esteri per i tagli a valore aggiunto, aprendo spazi di manovra significativi per i partner commerciali comunitari, mentre il colosso tedesco si trova a gestire una produzione interna che non sempre coincide con i nuovi desiderata del consumo domestico.