Parigi (Francia) – Le dinamiche negoziali e l’impatto delle alleanze transnazionali della Gdo tornano al centro del dibattito politico ed economico europeo. Una recente e articolata relazione d’inchiesta pubblicata dal Senato francese (leggi qui) ha analizzato da vicino i meccanismi di coordinamento degli acquisti transfrontalieri, evidenziando una serie di criticità strutturali che influenzerebbero l’equilibrio della filiera agroalimentare e i prezzi finali al consumo all’interno dell’Unione Europea.
Il documento della camera alta francese si basa su un impianto ispettivo e analitico molto vasto, strutturato attraverso le testimonianze, le audizioni e le ispezioni dirette di ben 189 rappresentanti di tutti gli anelli della catena di approvvigionamento, dai produttori agricoli ai vertici del retail. Secondo le risultanze della commissione, l’elevata concentrazione delle centrali d’acquisto internazionali genererebbe una forte asimmetria contrattuale. Il rapporto sottolinea come le vendite dei produttori di beni di largo consumo (Fmcg) rappresentino spesso meno del 2% del giro d’affari complessivo di una singola alleanza distributiva, un dato che, secondo i relatori, riduce drasticamente il potere negoziale dei fornitori, esponendoli a richieste di contributi e commissioni di servizio internazionali ritenute poco trasparenti.
L’analisi affronta anche il tema della formazione dei prezzi durante le recenti fiammate inflazionistiche. Esaminando l’evoluzione dei mercati successiva al 2021, i senatori francesi hanno rilevato una netta divergenza tra l’andamento dei listini all’origine e quelli al dettaglio. A fronte di incrementi nei prezzi negoziati alla produzione pari al 6-7%, giustificati dall’effettivo aumento dei costi dei fattori di produzione e delle materie prime, i prezzi al consumo stabiliti dai retailer sono aumentati fino al 19%. Secondo il Senato, questo divario confuterebbe la tesi secondo cui le tensioni sui prezzi siano alimentate principalmente dai vincoli territoriali di fornitura. Al contrario, le promozioni aggressive focalizzate su un paniere limitato di prodotti rischierebbero di opacizzare la reale entità dei rincari generalizzati sul resto dell’assortimento.
Il quadro delineato ha trovato l’immediato consenso delle principali sigle associative dell’industria di marca europea, tra cui AIM (European Brands Association), AISE, Cosmetics Europe e FoodDrinkEurope. Secondo quanto si legge nei siti istituzionali (leggi qui), le associazioni hanno accolto con favore le conclusioni della relazione, focalizzando l’attenzione sui limiti normativi della Direttiva UE sulle pratiche commerciali sleali (UTPD). Il testo attuale esclude dall’applicazione delle tutele le transazioni con soggetti il cui fatturato supera la soglia dei 350 milioni di euro. I rappresentanti dell’industria chiedono quindi una revisione della direttiva che elimini questo sbarramento, estendendo i vincoli a tutte le centrali e alleanze d’acquisto europee.
(AD)