Pac, doppio Pac, contro Pac

2021-05-21T12:12:31+02:0021 Maggio 2021 - 14:10|Categorie: Aperture del venerdì, in evidenza, Mercato|Tag: , , , , , |

Il dibattito Vacondio-Dorfmann-Evi al Food Industry Summit del Sole 24 Ore. Al centro: il fragile equilibrio tra misure ambientali e crescita economica, all’interno dei negoziati sulla Politica agricola comune. Perché tutto ha un costo, anche la sostenibilità.

Più biologico, meno pesticidi, più benessere animale, meno allevamenti intensivi, più finanziamenti a chi pratica veramente agricoltura e non possiede solo titoli di pagamento. Gli eurodeputati Herbert Dorfmann ed Eleonora Evi, intervenuti ieri nel corso del Food Industry Summit del Sole 24 Ore, hanno individuato in questi movimenti le grandi direttrici di sviluppo comunitarie in seno al negoziato sulla Pac, la Politica agricola comune. Nel mezzo, Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, che riporta tutti con i piedi per terra.

“Ritengo”, interviene Herbert Dorfmann, eurodeputato della Südtiroler Volkspartei, “che la prossima riforma della Politica agricola debba tornare a premiare chi realmente svolge il lavoro dell’agricoltore. Ma soprattutto bisogna smettere di sussidiare solo i proprietari dei terreni o peggio ancora chi possiede titoli di pagamento Pac, indipendentemente dal fatto che continui a svolgere l’attività di produzione agroalimentare”. Dorfmann porta poi l’attenzione sul ritrovato “patriottismo alimentare” degli Stati membri, a scapito di modelli economici basati sulla globalizzazione: “Usciamo da decenni di globalizzazione spinta ma ora vediamo un ritorno al patriottismo anche per l’agroalimentare”, spiega Dorfmann. “Per esempio, io vengo da una zona dell’Italia dove si producono tante mele e da anni l’import di mele dall’Australia sta diminuendo. I consumatori si chiedono infatti: perché comprare prodotti dall’estero, quando li produciamo anche in Italia?”.

Affermazioni che suscitano la reazione di Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare: “Mi tocca sempre il ruolo più scomodo”, esordisce. “L’elemento che valorizza la produzione agricola è l’industria di trasformazione. Che è la seconda manifattura del Paese, è bene sottolinearlo. Una dichiarazione impegnativa, ma è la verità. Infatti non ho mai visto un pollo andare direttamente sulla tavola…”. E prosegue: “I discorsi sul nazionalismo fanno presa sulla pancia e sul cuore delle persone, ma economicamente il Paese sta in piedi grazie all’export. Infatti, il nostro settore ha aumentato le esportazioni del 90% negli ultimi 10 anni. Senza la pandemia avremmo raggiunto i 50 miliardi di euro di export, ne sono sicuro. Abbiamo quindi l’esigenza di importare materie prime per poter portare all’estero i nostri prodotti. La politica può anche imporre l’obbligo di materia prima italiana, ma vorrebbe dire chiudere il 50% delle aziende”.

Ad aggiungere il ‘carico da 90’ sui nervi del presidente di Federalimentare è però l’eurodeputata di Europa Verde, Eleonora Evi: “Capisco che il nostro è un paese di trasformatori ed esportatori. Ma la materia prima non sempre rispetta criteri di sostenibilità, con fortissimi impatti su ambiente e deforestazione”, sottolinea Evi. Che lamenta una poca incisività delle istituzioni europee in merito alla Pac: “Con questa riforma rischiamo di non centrare gli obiettivi su riduzione di gas serra, pesticidi, antibiotici e altro. Pratiche oggi sostenute con sussidi Pac – pensiamo agli allevamenti intensivi e industriali – ma che non possono essere finanziate con soldi pubblici”. E aggiunge: “Nella riforma della Pac il Consiglio non ha dato prova di grande ambizione. La stessa posizione del Parlamento non è sufficiente. Anche la Commissione europea, nonostante Von der Leyen e il suo Green Deal, non ha cambiato davvero passo. L’80% delle risorse Pac vanno al 20% delle aziende agricole. Questa distorsione, che probabilmente non sarà sanata, continuerà a premiare le grandi aziende agricole”.

Pronto, Ivano Vacondio replica: “Siamo consapevoli di dover fare la nostra parte. E infatti in 10 anni il nostro comparto ha registrato una diminuzione del 30-40% dell’uso di plastica e altri materiali, un minor consumo di acqua ed energia, una diminuzione degli sprechi e abbiamo lavorato sulla quantità di grasso, zucchero e sale negli alimenti. Certo, si può sempre fare di più. Ma ci sono dei costi, servono risorse. Il settore che rappresento non può esimersi dal dare risposte. Ma le risposte che la Evi vorrebbe, facciamo fatica a darle”.

Su un punto, però, sembrano tutti d’accordo: “Troppi consumatori dicono di volere la sostenibilità, ma poi al supermercato vanno alla caccia del ‘pago uno prendo tre’”, sottolinea Dorfmann. “Se non convinciamo i consumatori che una richiesta di sostenibilità è anche un costo, con un riflesso sul prezzo, non andremo da nessuna parte”.

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