Vertenza Pernigotti, una storia infinita

Le vicende del marchio dolciario di Novi Ligure sono un susseguirsi di alti e bassi. Tra proteste, accordi e colpi di scena. Ripercorriamo le tappe più importanti di una diatriba che dura ormai da quasi 10 anni.

6 luglio 2022. Va in scena l’ultimo coup de théâtre della vicenda Pernigotti. A pochissimi giorni dalla scadenza dei 12 mesi di cassa integrazione concessi nel 2021 con il piano di rilancio (30 giugno), i Toksoz, turchi proprietari dell’azienda, svelano, in una riunione convocata a sorpresa il 6 luglio dal Mise, di aver sospeso le trattative per la vendita dello storico marchio di Novi Ligure. E di voler presentare a breve un piano di rilancio investendo risorse proprie. Ma partiamo dal principio.

Le sorti di Pernigotti sono ormai da anni un susseguirsi di colpi di scena. Nel corso della sua storia, iniziata nel 1860 da un’idea di Stefano Pernigotti, l’azienda dolciaria di Novi Ligure, in provincia di Alessandria, ha alternato periodi di quiete, in cui la produzione sembrava riprendersi e procedere senza intoppi, ad altri di crisi nera, fra tavoli di confronto con le istituzioni, vicende giudiziarie e proteste da parte di dipendenti e sindacati. Nel 1995, rimasto senza eredi, Stefano Pernigotti, omonimo discendente del fondatore, decide di vendere la proprietà dell’azienda alla famiglia Averna. A loro volta, nel 2013, i produttori del rinomato amaro la cedono ai Toksoz, turchi proprietari di un gruppo industriale con sede a Istanbul.

Nel 2018, inizia un periodo di forte crisi per l’azienda. A novembre, gli allora 92 dipendenti dello stabilimento di Novi Ligure apprendono da un incontro con i sindacati l’intenzione dei Toksoz di fermare la produzione. La questione approda al tavolo del Mise dove, dopo mesi di serrate trattative e forti proteste, viene trovata una soluzione ‘spezzatino’, per dividere il ramo d’azienda di cioccolato e torrone e quello del gelato. L’accordo garantisce dunque la continuità operativa del sito dopo che dal 2013, anno in cui aveva rilevato il marchio, la proprietà avrebbe accumulato debiti che ammonterebbero a oltre 10 milioni di euro l’anno. Nel febbraio 2019, si arriva poi all’istanza di cassa integrazione per reindustrializzazione.

Nel frattempo, i Toksoz avviano una serrata trattativa per la vendita del ramo aziendale per i gelati. Dopo un improvviso ‘cambio di rotta’, la divisione ‘Ice&Pastries’ viene ceduta al gruppo Optima di San Clemente (Rimini), produttore di ingredienti per gelato. Dalla decisione dei proprietari di Pernigotti, si scatena una lunga vicenda giudiziaria messa in campo dalla cooperativa Spes di Torino e dalla ditta Emendatori di Rimini, che in un primo momento sembravano essersi aggiudicati l’acquisizione. Le due aziende accusano Pernigotti di essere venuta meno agli accordi. Nel 2020 la diatriba termina però in un nulla di fatto, con i giudizi del Tribunale di Milano che confermano la regolarità del contratto stipulato dai turchi con Optima.

Nuovi problemi si aggiungono nell’aprile del 2020, quando la pandemia infligge un altro duro colpo a Pernigotti: calano le richieste di prodotti e rallenta la produzione, i 70 operai operativi anche durante il lockdown, così come i dipendenti della sede di Milano, vengono posti in cassa integrazione.

L’ennesima grave crisi sembra però risolversi a luglio del 2021 quando, a oltre due anni dall’inizio della vertenza, viene raggiunta un’intesa al tavolo del Mise, scongiurando 90 licenziamenti annunciati dalla Pernigotti. Per l’impresa piemontese viene infatti prorogata di 12 mesi la cassa integrazione per riorganizzazione. In cambio, i Toksoz presentano un piano di rilancio che prevede investimenti per oltre 4 milioni di euro orientati alla modernizzazione degli stabilimenti produttivi di Novi Ligure e Milano, e alla formazione professionale dei lavoratori.

La situazione precipita nuovamente pochi mesi dopo, a novembre, quando il Mise convoca un incontro con vertici aziendali, sindacati, Comune e regione per fare chiarezza sullo stato del piano di rilancio. Dopo la firma, infatti, l’accordo si troverebbe ora in fase di stallo. La conferma di tale situazione giunge il mese successivo, quando viene data notizia che lo stabilimento piemontese sarebbe di nuovo fermo, con gli operai in cassa integrazione a zero ore ormai da mesi e la produzione sostanzialmente bloccata.

Passano altri mesi e nel marzo 2022, in un incontro con il prefetto di Alessandria Francesco Zito e il sindaco di Novi Ligure Gian Paolo Cabella, i rappresentanti di Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil evidenziano la mancata attuazione del piano industriale presentato dalla proprietà al Mise. Chiedendo al ministero di intervenire quanto prima.

Arriva poi un altro colpo di scena. A fine marzo Il Sole 24 Ore riporta notizia che sia Witor’s, realtà cremonese ben nota nel settore del cioccolato, sia la società di investimento JP Morgan Asset Management sarebbero interessate all’acquisto dello storico marchio di Novi Ligure. In particolare, Witor’s si dice pronta a rilanciare Pernigotti facendo leva sulla propria rete produttiva e distributiva. A tal proposito, a maggio, viene quindi convocato al Mise un nuovo incontro, durante il quale Witor’s presenta la propria offerta che comprende l’acquisto del marchio e investimenti finalizzati al ripristino dello stabilimento di Novi Ligure, oltre all’assunzione di circa 25 dei 57 dipendenti di Pernigotti coinvolti.

L’azienda cremonese non ha però fatto i conti con i Toksoz. Poche settimane dopo, infatti, la proprietà turca fa sfumare le negoziazioni a pochi giorni dalla formalizzazione, “adducendo delle complessità insorte nei rapporti con le maestranze e le organizzazioni sindacali”, riporta Il Sole 24 Ore.

Ma veniamo agli ultimi giorni. Ora che i Toksoz hanno annunciato la volontà di rilanciare l’azienda investendo risorse proprie, ed escludendo potenziali nuovi investitori, sorge spontanea la domanda: che sia davvero la volta buona?

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