A margine dell’evento organizzato per la giornata del Made in Italy al Mimit, abbiamo parlato con Gianluca Giovannetti, direttore generale corporate di Amadori. Dalla crisi del Golfo al Mercosur, abbiamo analizzato i punti chiave di un’annata estremamente complessa per la produzione industriale italiana.
di Andrea Dusio
Roma – A margine dell’incontro ‘Dalla consapevolezza al sapere fare. La competenza delle filiere Amadori’, che ha visto l’azienda cesenate protagonista nel contesto della Giornata Nazionale del Made in Italy, Alimentando ha intervistato Gianluca Giovannetti, direttore generale corporate di Amadori.
Questa giornata così importante presso il ministero del Made in Italy, che ha visto Amadori protagonista con le sue filiere, che rilevanza e significato ha per la vostra azienda?
Prima di tutto ha un significato di natura istituzionale, ma anche di orgoglio. Credo di poter dire che rappresentiamo una quota importante del Made in Italy e del saper fare italiano e soprattutto incarniamo ancora quelle aziende che hanno capitale completamente italiano e che in qualche modo costituiscono la colonna vertebrale del nostro Paese e, spero, del nostro futuro e sviluppo.
È un momento contingente molto particolare, in cui si sommano molte criticità. Dal vostro punto di vista, quali richieste vorreste fare alla politica?
Probabilmente rischio di essere banale, ma è evidente che le criticità e la situazione di queste ultime settimane non fanno altro che rimarcare una volta di più alcune necessità che non sono più rinviabili. Per esempio, definire una politica energetica del Paese. Credo che sia oramai davanti agli occhi di tutti. Noi in questo momento stiamo navigando in acque complesse come tutte le imprese del nostro tessuto industriale. Le criticità di solito non si risolvono in questi momenti. Bisognerebbe affrontare la situazione rimanendo lucidi, ma poi non dimenticarsi, come purtroppo invece avviene molte volte, le nostre debolezze e affrontare il tema di una politica energetica che ci dia un futuro un po’ più stabile.
C’è un tema di concorrenza con gli altri Paesi europei?
Certamente, non è nemmeno questione di elencare i numeri, che sono davanti agli occhi di tutti, e anzi in questi giorni sono impietosi. I nostri partner europei acquistano energia a costi oggettivamente inferiori.
Prima che entrassimo in questa fase di ulteriore criticità, c’erano stati altri snodi problematici, a partire dagli accordi del Mercosur e dalle problematiche dei dazi. Che impatti hanno su quello che è il vostro business?
Noi non siamo un’azienda completamente legata all’export. È evidente che il tema dazi ha portato soprattutto un po’ di incertezza nelle catene di fornitura, perché è evidente che non tocca solo i prodotti finiti. Produce delle criticità, anche se in modo molto più contenuto di quelle che sta accadendo oggi con questa fiammata sulla questione energetica. Invece, per quanto riguarda il Mercosur, diciamo che stiamo reagendo, credo, da azienda matura, con la consapevolezza che il Paese ha voluto questo accordo. Perché il Mercosur si porta dietro – almeno questa è la speranza – l’opportunità di affrontare nuovi mercati. In un momento in cui oggettivamente altri Paesi che sono sempre stati i nostri mercati di sbocco, compreso quello americano, stanno rendendosi un po’ più instabili, c’è la necessità di aprirsi a nuove opportunità.
Il settore avicolo però è particolarmente esposto alla concorrenza della produzione sudamericana. Quali sono i principali rischi?
Siamo consapevoli di essere probabilmente il settore più esposto. Quello che chiediamo alle istituzioni è semplicemente farsi da garante nell’attuazione, soprattutto nel rispetto delle regole. Non abbiamo grandi preoccupazioni, perché riteniamo che la qualità dei nostri prodotti e del nostro modo di fare impresa oggettivamente non debba avere paura di nessuno. Siamo un po’ preoccupati invece per quello che riguarda il rispetto delle regole. Non dimentichiamoci che è molto importante mappare e tracciare la qualità dei prodotti. Però ricordiamoci anche di un altro aspetto, visto che oggi abbiamo parlato di persone: non è solo una questione di prezzo al quale questi prodotti arriveranno nel mercato italiano. C’è anche la questione della dignità di coloro che lavorano dietro a questi prodotti che, in altre parti del mondo, determina sì in prima istanza condizioni di una competitività ‘non corretta’. Ma soprattutto si riverbera nelle condizioni economiche e sociali di quei Paesi.