• Slow Food

Carlin Petrini, un ritratto

2026-05-22T10:09:11+02:0022 Maggio 2026 - 10:09|Categorie: Mercato|Tag: , , |

di Andrea Dusio

Un uomo della terra, prima ancora che della parola. Se dovessimo racchiudere Carlo Petrini, per tutti semplicemente ‘Carlin’, in un’unica immagine, non potremmo che pensarlo seduto attorno a una tavola di legno massiccio, con le mani grandi di chi sa cosa significhi zappare, un bicchiere di vino rosso a fare da bussola e quello sguardo arguto, perennemente acceso da una scintilla di ribellione ironica.

Nato a Bra, nel cuore di quel Piemonte langarolo fatto di nebbie, vigne e silenzi contadini, Carlin ha speso un’intera esistenza a compiere la rivoluzione più difficile e profonda: ricordarci chi siamo. La sua non è stata una lotta fatta di fucili o barricate ideologiche, ma di forchette, sementi antiche e diritti universali. Tutto cominciò con una provocazione che sembrava Davide contro Golia. Era il 1986, e nel cuore monumentale di Roma, a Piazza di Spagna, apriva il primo McDonald’s d’Italia. Dove molti vedevano solo il progresso della modernità globalizzata, Petrini intravide il grande pericolo: l’appiattimento del gusto, la cancellazione della memoria culinaria, lo sradicamento dell’uomo dal proprio territorio. La risposta non fu la violenza, ma una gioiosa protesta a colpi di penne al pomodoro. Nacque così il germe di Slow Food.

L’idea alla base era tanto semplice quanto dirompente: opporre alla fretta distruttiva del consumismo la lentezza sapiente della terra. Con la sua parlantina affabulatrice, un misto di dialetto piemontese, saggezza popolare e acume sociologico, Carlin ha saputo codificare un nuovo alfabeto del cibo riassunto in tre parole sacre: buono, pulito e giusto. Il cibo non doveva solo appagare il palato (il buono), ma doveva essere prodotto nel rispetto dell’ambiente (il pulito) e garantire una remunerazione dignitosa a chi lo coltivava (il giusto). Per la prima volta nella storia contemporanea, l’atto di mangiare smetteva di essere un mero fatto biologico o un vizio da gourmet per diventare ciò che è sempre stato: un gesto politico, culturale ed ecologico.

Da quel piccolo manifesto piemontese è fiorito un impero dell’anima che ha abbracciato il mondo intero. Con Terra Madre, Petrini ha dato voce agli invisibili: i piccoli pastori delle vette andine, i pescatori delle comunità africane, i coltivatori di varietà di grano che rischiavano l’estinzione. Li ha portati tutti a Torino, sullo stesso palcoscenico dei grandi potenti della terra, restituendo loro la dignità di custodi del pianeta. Ha dialogato con Papa Francesco sulla difesa dell’ambiente, ha fondato la prima Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, ha ricevuto i massimi encomi dalle Nazioni Unite. Eppure, nonostante la statura globale e il plauso internazionale, Carlin è rimasto visceralmente legato alle sue radici, custode di un’umanità verace e senza filtri, convinto fino all’ultimo respiro che la vera salvezza dell’umanità risieda nella memoria di un seme custodito con amore.

Ci ha lasciati nel maggio del 2026, nella sua Bra, lasciando la terra un po’ più sola ma infinitamente più consapevole. La sua eredità non è custodita nei polverosi archivi della burocrazia, ma vive ogni volta che scegliamo di onorare il lavoro di un contadino, ogni volta che salviamo un sapore dall’oblio della storia, ogni volta che ci sediamo a tavola non per consumare, ma per condividere.

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