Nel sostegno alla candidatura di Maurizio Martina potrebbe mancare proprio l’appoggio del partito di Elly Schlein.
di Andrea Dusio
La guida della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, è al centro di uno scontro geopolitico che rischia di spaccare l’Unione Europea. In gioco non c’è solo il prestigio diplomatico in un mondo sempre più orientato verso il Global South, ma anche la gestione di un budget biennale da circa 4 miliardi di dollari (1 miliardo di fondi ordinari e 3 di contributi volontari).
L’Italia si era mossa d’anticipo candidando Maurizio Martina, attuale vicedirettore vicario dell’organizzazione ed ex ministro dell’Agricoltura. Una scelta concepita dal governo di centrodestra in ottica di sistema-Paese, superando gli steccati ideologici (Martina è l’ex segretario del Pd). Tuttavia, la candidatura non ha trovato l’unanimità a Bruxelles. Madrid ha infatti risposto lanciando il proprio ministro, Luis Planas, con l’obiettivo di posizionare la Spagna come ponte strategico tra il Mediterraneo e l’America Latina.
Questo asse geopolitico e le frizioni interne al socialismo europeo – con la segretaria del Pd Elly Schlein accusata di subalternità a Sanchez nonostante il pieno sostegno dichiarato a Martina – rischiano di indebolire l’Europa di fronte a competitor come la Cina. Tra i due litiganti potrebbe così inserirsi il terzo incomodo: l’irlandese Phil Hogan, ex commissario UE all’Agricoltura.
Il paradosso è evidente. Dal 1975 l’Europa continentale non esprime un direttore generale alla Fao e l’Italia, pur ospitando la sede a Roma dal 1951, non ha mai ottenuto la carica in 80 anni di storia. Eppure, proprio oggi, la diplomazia italiana avrebbe le carte in regola per fare sintesi, grazie anche alla centralità strategica del Piano Mattei per lo sviluppo sinergico dei Paesi africani. Il rischio concreto è che la frammentazione interna e la mancanza di una spinta unitaria trasformino una grande opportunità nell’ennesima occasione mancata per il sistema Italia.