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Pasta Lidl, dalla Corte Ue via libera alla sanzione Agcm da 1 milione

2026-05-11T12:28:19+02:0011 Maggio 2026 - 12:28|Categorie: in evidenza, Retail|Tag: , , , , |

Lussemburgo – La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dato ragione all’impostazione dell’Antitrust italiana nella vicenda che riguarda alcune confezioni di pasta vendute da Lidl Italia e considerate ingannevoli nei richiami all’italianità del prodotto. A riportarlo è Il Fatto Alimentare.

La pronuncia europea, relativa al procedimento C-301/25 depositato il 30 aprile 2026, apre quindi la strada alla conferma della sanzione da 1 milione di euro inflitta dall’Agcm a Lidl Italia nel 2020 (leggi qui), quando l’Autorità garante della concorrenza e del mercato aveva avviato cinque istruttorie nei confronti di aziende alimentari accusate di utilizzare simboli, immagini o diciture capaci di evocare un’origine italiana del grano duro impiegato nella pasta di semola. A differenza di altri operatori coinvolti, Lidl ha scelto di proseguire il contenzioso fino alla Corte europea.

Al centro della vicenda ci sono le linee di pasta “Italiamo” e “Combino”, vendute da Lidl. Nel primo caso, le confezioni riportavano la raffigurazione del tricolore e la scritta “Passione italiana”; nel secondo, immagini di paesaggi italiani e la dicitura “Specialità italiana”. Elementi che, secondo l’Antitrust, potevano indurre il consumatore ad associare il prodotto a una filiera interamente italiana, mentre il grano duro utilizzato era in larga parte di origine Ue e non Ue.

L’indicazione sull’origine della materia prima era effettivamente presente sulle confezioni, ma in posizione laterale o sul retro e con caratteri grafici di dimensioni ridotte. Per l’Agcm, questa modalità non era sufficiente a bilanciare l’impatto comunicativo dei richiami all’italianità presenti nella parte frontale del packaging. I giudici europei hanno confermato questa tesi, stabilendo che il rispetto formale delle norme tecniche sull’etichettatura non basta se la comunicazione complessiva del packaging rischia di trarre in inganno il consumatore sull’origine reale delle materie prime.

 

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