Rigamonti: in prima linea per la filiera italiana

2021-03-15T15:30:51+02:0015 Marzo 2021 - 15:30|Categorie: Le aziende si raccontano|Tag: , |

I risultati del 2020, gli attacchi di Presa diretta sulla carne brasiliana, l’origine in etichetta, i progetti e le acquisizioni in vista. Il ruolo strategico della bresaola per il distretto della Valtellina. Claudio Palladi, amministratore delegato di Rigamonti, a tutto campo.

Parla chiaro Claudio Palladi, amministratore delegato di Rigamonti, leader nel comparto della bresaola. Con l’acquisizione di Brianza Salumi, poi, l’azienda è entrata in un segmento in forte crescita all’estero, quello dei salumi biologici d’alta gamma. Tra i temi affrontati dall’Ad, l’andamento dello scorso anno, gli attacchi mediatici e l’impegno per la produzione di bresaola 100% italiana. Senza mai dimenticare che la materia prima estera è fondamentale.

Quali sono i risultati più recenti di Rigamonti in Italia e all’estero?

Per la bresaola il 2020 è stato un anno difficile. Due i motivi fondamentali: il primo è l’aumento della materia prima a due cifre; lo abbiamo rilevato negli acquisti di novembre 2019 e marzo 2020. Ci tengo a sottolineare che la bresaola stava andando bene dal 2015, e Rigamonti (+7% fino al 20 marzo) aveva performance migliori della media di mercato. Il secondo motivo è il lockdown, che è stato imposto in un momento fortemente condizionato dall’aumento del prezzo della materia prima. Così, in marzo, siamo passati da un +7% a zero. Aprile è stato il mese peggiore: -40%, mentre a maggio eravamo al -25%. Nel primo semestre abbiamo perso 3 milioni.

Un semestre da incubo…

Sì.

Poi cosa è successo?

Da metà giugno ci siamo ripresi e il risultato, a fine anno, è stato in pareggio. Abbiamo chiuso a 122 milioni, perdendo il 3,8% a volume, ma recuperando a valore. L’utile è stato pari a 700mila euro e abbiamo una situazione patrimoniale buona, senza debiti con una cassa positiva. Se pensiamo che abbiamo diversi rapporti con clienti di food service e ingrosso, questo recupero non è scontato. Il comparto della bresaola nel suo complesso, invece, ha perso l’8,75%.

Siete quindi soddisfatti?

Siamo moderatamente soddisfatti, dato il contesto. Abbiamo retto in una situazione difficile e abbiamo aumentato la nostra quota di mercato. Dobbiamo poi aggiungere i 13 milioni al netto dell’infragruppo di Brianza Salumi, con un Ebitda del 12%.

Come sono andate le vendite all’estero?

La bresaola ha perso molto perché esposta al food service. Secondo i numeri del Consorzio, l’export ha perso il 19%. Brianza Salumi ha perso su alcuni canali come l’Horeca e le compagnie aeree, ma è andata molto bene su altri versanti, su tutti quello degli affettati. Teniamo conto che l’export, per questa azienda, vale circa il 50%, dunque ha un peso importante sul fatturato.

La trasmissione Presa Diretta, nella puntata dell’8 febbraio, ha lanciato un atto d’accusa sull’importazione delle carni dal Brasile. Cosa risponde?

Noi monitoriamo questo tipo di trasmissioni per capire che impatto hanno. Essendo una vulgata ripetuta tante volte e certamente non nuova, crediamo che l’impatto sia limitato.

Per questo avete deciso di non partecipare?

Sappiamo che queste trasmissioni hanno delle tesi precostituite. Se si accetta l’invito, il rischio è trovarsi poi un video ‘taglia e cuci’ dove fanno emergere un po’ quello che vogliono. Alla redazione abbiamo detto che siamo disponibili a un confronto, ma resta il fatto che sono trasmissioni con tesi precostituite, e in molti casi non vere.

Per esempio?

Dichiarando che la carne del Sud America non è controllata, si dichiara il falso. Oltretutto Rigamonti fa un ulteriore controllo tramite il Csqa, con regole rigidissime in termini di sicurezza e tracciabilità. Non solo: periodicamente visitiamo le fazende del Brasile dove vengono allevati i bovini per la nostra produzione.

Quindi la produzione della bresaola in Valtellina non c’entra nulla con la deforestazione dell’Amazzonia?

Assolutamente no, è una fesseria. Anche se Presa Diretta ha cercato di farla passare come una verità inconfutabile.

Parliamo del vostro impegno per la filiera italiana.
Dal 2016, ovvero da quando ricopro il ru olo di Ad di Rigamonti, mi sono sempre battuto per aumentare la produzione di bresaola con carne italiana. E bisogna dire che se il distretto della Valtellina non avesse della carne estera, lavorerebbe due settimane all’anno…. Con Coldiretti, che si è intestata più di tutti questa battaglia, sono sempre stato franco, e dal 2017 abbiamo sottoscritto un impegno a collaborare per aumentare la disponibilità di carne italiana che ci siamo impegnati a comprare anche a prezzi più alti del mercato internazionale. Più di così, cosa posso fare? Aggiungo  un altro elemento alla tesi di Presa Diretta.

Quale?

Il fil rouge della trasmissione era semplice: la grande industria, di cui Rigamonti è il principale esponente, è ‘cattiva’, mentre i piccoli artigiani sono i ‘buoni’.

Nella trasmissione viene infatti intervistato Marco Silvestri, allevatore dell’azienda Alpe Livigno…

Esatto. Ma sapete da chi compra la carne?

No, da chi?

Proprio dai quei ‘cattivoni’ di Rigamonti. Che a sua volta, è bene sottolinearlo, compra la carne senza alcun vincolo rispetto alla capogruppo, dovunque ci siano condizioni di qualità ritenute all’altezza dei nostri standard.

Quindi Silvestri può produrre quella bresaola, tanto decantata dai giornalisti di Presa Diretta, perché nel 2017 Rigamonti ha creato una filiera di carne italiana?

Esatto, è così. La carne della filiera italiana costruita in accordo con Coldiretti e che mettiamo a disposizione di alcune aziende più piccole, vendendo loro la materia prima.
Proviamo a dare qualche numero su questa filiera.

Rigamonti compra circa 500 tonnellate di carne italiana. La piccola azienda di cui sopra ne lavora  circa 40. Per i nostri stabilimenti, invece, occorrono circa 12mila tonnellate di carne all’anno. Il che significa che in Valtellina le persone possono lavorare nel distretto della bresaola nella misura in cui arrivano circa 36mila tonnellate di carne ogni anno. Se il tema è lavorare insieme per aumentare questa quota complessiva di carne italiana – verosimilmente circa 700 tonnellate, di cui 500 comprate da Rigamonti – sono pronto a mettermi al tavolo a discutere con tutti. Ma se l’obiettivo è demonizzare la carne estera, non ci sto. Altrimenti il distretto della Valtellina cosa fa tutto l’anno? E cosa fanno le 2mila persone impegnate in questo comparto?

Questo bisogna dirlo a Ettore Prandini, presidente di Coldiretti. È lui che continua a parlare di sovranismo alimentare. Ma l’Italia è un paese di grandi trasformatori. Come la mettiamo?

Io sono per lavorare insieme e aumentare la filiera italiana. Ma fino a che non arriviamo a dei numeri significativi, le industrie non possono certo chiudere. Vedo comunque con piacere che con Filiera Italia, associazione alla quale aderiamo sin dall’inizio, Coldiretti sta facendo un percorso di collaborazione con l’industria per valorizzare materia prima italiana in modo serio e  costruttivo.    Senza necessariamente demonizzare ciò che viene dall’estero, fondamentale per un paese come il nostro, dove abbondano eccellenti trasformatori. Mi pare che questa anima collaborativa stia prevalendo, abbiamo trovato persone molto  competenti su obiettivi comuni ed abbiamo recentemente siglato con Coldiretti Torino un accordo per valorizzare la razza bovina piemontese, con l’obiettivo di utilizzare circa 1.500-2.000 bovini di razza Fassone a settimana. È chiaro che, tornando in Valtellina, il percorso per avere una filiera tutta italiana per la bresaola è lungo.

Continuo però a pensare che il gap tra materia prima ed estera sia enorme, forse impossibile da colmare.

Ma questo non può giustificare un disinteresse per la filiera italiana. È sufficiente prendere atto che ci sia bisogno anche della carne estera. E la carne estera migliore si trova in Sud America, dove si può allevare al pascolo.

Giustissimo. Passiamo a un altro tema caldo, l’origine in etichetta dei salumi. Cosa ne pensa?

Sono a favore. Però bisogna mettersi d’accordo sulla normativa, con tempi che diano modo di adeguarsi e con regole uguali in tutta Europa.

Pensa sia giusto che le Igp siano escluse dall’obbligo?

No. Però dobbiamo dire in maniera chiara che l’Igp nasce proprio per l’esigenza di lavorare carne estera. Aggiungo che, delle 500 tonnellate per la carne italiana, quella che potrebbe essere in regola con il disciplinare è meno del 50%.

Com’è andata Brianza Salumi nel 2020 e quali i prodotti più performanti?

Sicuramente il prosciutto cotto alta qualità, la gamma degli arrosti e tutta la linea biologica. Sul bio c’è una sensibilità molto maggiore all’estero: Germania e Nord Europa in testa. Ma nel 2020 abbiamo avuto una crescita significativa anche in Italia. Chiaramente sono prodotti che hanno un costo più elevato, ma non credo nella politica di cercare margini alti a tutti i costi. La qualità deve essere a prezzi accessibili.

Ci sono all’orizzonte altre acquisizioni?

Se ci sono realtà interessanti e funzionali ai nostri progetti, ci faremo avanti. Intanto stiamo lavorando.

Ci saranno annunci già quest’anno?

Mah, gli annunci si fanno a cose fatte… Vedremo. Diciamo che abbiamo qualche tavolo di trattativa.

Per capirci: è un tavolo ‘grande’ o ‘piccolo’?

Diciamo che sono alcuni tavoli piccoli. Ma siamo al lavoro anche per costruire un nuovo stabilimento, per una produzione ancora più performante e per garantire qualità sempre più accessibile. Un altro obiettivo è continuare a investire nel biologico e nei prodotti da filiera tracciata. Nel tempo, vorremmo diventare leader nell’area dei salumi di qualità certificata a filiera controllata.

Ultima domanda: a quali fiere parteciperete?

Per il momento rispondo nessuna. I continui spostamenti di date rendono difficile la programmazione. Ma, più in generale, credo che il modello di fiera pre-Covid vada ripensato, sia in Italia che all’estero. In questa fase non me la sento di esporre le persone che lavorano con me ai rischi connessi a questi eventi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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