Febbraio 2021: All Food introduce sul mercato una vaschetta di carta 100% riciclabile ed ecosostenibile. Nel giugno dello stesso anno anche il Caseificio Busti lancia la sua vaschetta 100% riciclabile. Sempre nel 2021, a ottobre, in occasione di Anuga, Ermes Fontana propone una sua linea di vaschette in carta Fsc. È invece del luglio 2023 la proposta di Parmacotto, con un vassoio Ecopack conferibile nella carta. Sono solo alcuni degli esperimenti realizzati dalle aziende per rendere più sostenibili i contenitori degli alimenti. Tutto bene, tutto bello. Tranne nel risultato. A oggi ‘Tituli zero’ come recitava Josè Mourinho parlando dei risultati delle avversarie, eliminate dalle varie competizioni calcistiche. Di quelle soluzioni ecosostenibili se n’è persa la traccia o quasi. Alcune sono state abortite, altre accantonate in attesa di tempi migliori. Non tutto è perduto. C’è chi ancora ci crede e va avanti ma, oggettivamente, si pensava meglio.
Per comprendere l’evoluzione delle vaschette in carta, è necessario fare un passo indietro. Fino alla metà del Novecento i salumi e i formaggi venivano venduti prevalentemente sfusi e avvolti in carta semplice, come la carta paglia o quella oleata. Questo tipo di confezionamento aveva una funzione essenzialmente pratica: facilitare il trasporto e garantire una protezione minima. Con lo sviluppo dell’industria alimentare, tra gli anni Cinquanta e Settanta, si assiste a un primo salto tecnologico. L’introduzione di carte trattate, come quelle cerate o politenate, consente di migliorare la resistenza a grassi e umidità, caratteristiche fondamentali per prodotti come prosciutti e salami. Il vero punto di svolta arriva però con la diffusione della Grande distribuzione organizzata.
Tra gli anni Settanta e Novanta si affermano nuovi formati di confezionamento: accanto alla plastica e all’alluminio, compaiono le prime vaschette in cartoncino accoppiato, pensate per offrire maggiore stabilità, igiene e capacità di conservazione. Le vaschette in carta moderne nascono come una soluzione ibrida: una struttura rigida o semi-rigida in cartone abbinata a un rivestimento interno impermeabile. Questa combinazione permette di mantenere i vantaggi della carta — leggerezza, stampabilità e percezione naturale — senza rinunciare alle prestazioni richieste dal confezionamento alimentare.
Con un problema però: il costo. Per una vaschetta in carta il valore aggiunto può essere quantificato in 10 centesimi per le più economiche sino a 20/30 per quelle più costose. E qui casca l’asino. Di fronte a un aggravio dei costi tutti i ragionamenti su sostenibilità, riduzione dei consumi di plastica, salvaguardia della Terra e altro, cadono clamorosamente. Quanti direttori commerciali delle aziende sopracitate hanno sentito frasi come queste: “Bella questa soluzione, interessante. Ma costa troppo. Lascia perdere. Anche perché il consumatore se ne fotte. Guarda il prezzo e basta”. Un de profundis generalizzato.
Ma allarghiamo il discorso all’utilizzo della plastica. Nei Paesi UE oltre un terzo degli alimenti è venduto confezionato in materiali plastici, il che pone la necessità del loro recupero/riciclo, dati i suoi impatti. La questione della plastica negli imballaggi non è solo una rilevanza ambientale, ma rappresenta un nodo sistemico che intreccia innovazione tecnologica, regolazione pubblica, comportamenti di consumo e modelli industriali consolidati. A fronte dell’indubbio progresso tecnologico che ha messo a disposizione delle imprese film sempre più leggeri, sicuri e protettivi, diventa ora imperativo investire per ridurre in modo consistente le confezioni di scarto, fino ad eliminarle. L’innovazione in questo campo è notevole e la ricerca scientifica sta esplorando nuove frontiere — coating bio based, nanomateriali, packaging attivi e intelligenti — ma la maturità tecnologica e la scalabilità industriale restano fattori critici e la sostituzione totale della plastica è oggi tecnicamente possibile solo per alcune categorie di prodotto. Per molte altre, la transizione richiede soluzioni ibride o innovazioni ancora in fase di sviluppo.
Comunque, il problema è enorme. Basti pensare alle bevande: sostituire bottiglie in plastica col vetro sarebbe certo possibile ma aumenterebbe fino a cinque volte i costi di trasporto. Poi c’è il problema della conservazione degli alimenti, dato che le confezioni in plastica aumentano fino a tre volte la durata di quelli deperibili e dunque la loro eliminazione aumenterebbe lo scarto alimentare. In definitiva, la plastica non è eliminabile, ma può esserlo quella derivante dal petrolio e in tempi più brevi di quanto si creda. Per questo i produttori non debbono perdere tempo, ma ricercare soluzioni alternative e durevoli, come ad esempio i film plastici da fonti alternative che abbiano le caratteristiche adatte al prodotto da confezionare.
Poi occorre anche migliorare il grado di informazione e di trasparenza verso il consumatore in modo che percepisca con immediatezza in che percentuale la confezione è biodegradabile, quanto tempo occorre per la sua degradazione, cosa fare per il suo riciclo. Rendendolo edotto, inoltre, di una questione fondamentale: se vuole un packaging ecostenibile deve pagare di più il prodotto. Fine delle trasmissioni.