Alexandre Bompard, Ceo di Carrefour, parla di una ricaduta meno pesante rispetto alla crisi di quattro anni fa legata all’Ucraina. In Uk Tesco e Sainsbury’s mettono in guardia sul rischio di una possibile diminuzione dei profitti. E in Italia? Il parere di Giorgio Santambrogio (VéGé).
Di Andrea Dusio
L’ombra del conflitto in Iran si allunga sui bilanci della distribuzione moderna europea, ma la lettura della crisi non è univoca. Le ultime trimestrali di Carrefour e Sainsbury’s delineano due approcci diametralmente opposti, specchio di contesti macroeconomici che reagiscono con diverse velocità agli shock energetici e inflattivi.
Alexandre Bompard, Ceo di Carrefour, ha scelto toni rassicuranti durante la call con gli analisti sui risultati del primo trimestre, affermando chiaramente che quello attuale è “un outlook molto diverso” rispetto a quello innescato dall’invasione russa dell’Ucraina di quattro anni fa. Secondo il numero uno del colosso francese, ci troviamo di fronte a “un ambiente inflattivo che non dovrebbe innescare un cambiamento significativo nel comportamento dei consumatori”. Nonostante il mercato francese sia il più esposto, Bompard prevede solo un “rialzo marginale” dell’inflazione, puntando sulla resilienza dei volumi e del valore: “Abbiamo continuato a vedere, nel primo trimestre, crescita nei volumi e anche nel valore in Francia”, aggiungendo che il gruppo ha guadagnato quote di mercato nel periodo. Anche sul fronte logistico, il Cfo di Carrefour, Matthieu Malige, ha confermato la stabilità delle operazioni in Medio Oriente, gestite tramite il partner Majid Al Futtaim, sottolineando che “tutti i negozi nella regione sono aperti e attualmente non ci sono problemi di fornitura o di inventario”. Malige ha inoltre ribadito che la catena non ha registrato “alcun cambiamento nel comportamento dei consumatori a marzo”.
Di tutt’altro tenore sono le posizioni che arrivano dal Regno Unito. Sainsbury’s ha lanciato un allarme, avvertendo che “la durata e l’entità di questi impatti sono molto incerte e questo si riflette nella nostra guidance sui profitti”. L’insegna britannica teme che l’incertezza legata alla guerra possa trascinare i profitti verso il basso, in un contesto dove la fiducia delle famiglie è ai minimi storici. La direzione del gruppo ha sottolineato come il settore non alimentare sia il più vulnerabile. Anche Tesco, leader di mercato, ha espresso preoccupazione, avvertendo che i propri profitti potrebbero calare. Mentre la Food and Drink Federation paventa un’inflazione alimentare vicina al 10% entro dicembre, Tesco ha assunto una posizione scettica, dichiarando di “non riconoscere quel numero”, pur confermando il rischio sui margini. La Gdo europea sembra dunque manifestare posizioni differenti: Carrefour scommette sulla tenuta del carrello della spesa, mentre Sainsbury’s e Tesco, più esposti al sentiment negativo del mercato, si preparano a un anno di incertezza, dove il conflitto mette a rischio la reddittività.
E in Italia, qual è la posizione della Grande Distribuzione? Abbiamo girato la domanda a Giorgio Santambrogio, Ad di VéGé e vicepresidente di Federdistribuzione: “Non sono eccessivamente preoccupato, almeno per il momento. Mi dispiace però dover constatare, ancora una volta, una sorta di storytelling per cui qualsiasi fenomeno esogeno globale finisca per essere imputato alla Distribuzione Moderna come causa degli aumenti di prezzo. Basta definitivamente con il motto ‘piove, Gd ladra’. È ingiusto, fuorviante e soprattutto decisamente falso. Allo stesso modo, va ridimensionata una certa narrativa che parla di un’inflazione di parte dell’ortofrutta al 30%: non è vero. Se il conflitto dovesse proseguire, sarebbe possibile che da metà maggio arrivino nuovi listini legati alle sue conseguenze. Ma siamo in una fase in cui i volumi di vendita non stanno performando come previsto, e per ragioni sia concorrenziali, sia di responsabilità sociale della Gd, non possiamo trasferire aumenti sui prezzi al pubblico. Gli incrementi di listino finora registrati, al momento ancora pochi legati direttamente al contesto geopolitico, li abbiamo assorbiti integralmente. E se alcune referenze dovranno aumentare, parliamo comunque di poche decine su circa 30mila prodotti presenti in un supermercato. Non si può quindi sostenere che la Gdo sia responsabile dell’inflazione”.