Di Angelo Frigerio
Carlin Petrini non c’è più. Ci ha lasciati lo scorso 21 maggio. E subito sono arrivati i commenti, tutti o quasi incensatori, sull’uomo e sulle iniziative. Molti lo hanno definito “visionario”. Preferisco invece: “uno con la vista lunga”. Che ha fatto dell’apologia del cibo buono, pulito e giusto il suo mantra. E che ha inventato un movimento, Slow Food, per la salvaguardia di prodotti, metodi di lavorazione, territori.
Tutto bene, tutto bello. Manca però un corollario all’enunciato del teorema Petriniano. Ed è la parola: costoso. Già, perché l’idea di prodotti che abbiano le caratteristiche di cui sopra mal si adatta a un prezzo “popolare”. E’ inevitabile: realizzare prodotti alla Slow Food costa. E non tutti possono permettersi di comprarli. Parlando di questo, tempo fa, con Oscar Farinetti, il suo giudizio fu tranchant. Alla mia osservazione sul costo eccessivo di alcuni prodotti commercializzati da Eataly (spesso presidi Slow Food), la sua risposta fu: “Se uno non può permetterseli, mangi meno ma meglio”. Osservazione molto discutibile. Valla a raccontare alle mie nipoti, quando tornano da scuola, la storia di mangiare meno…
Siamo di fronte a una contraddizione. Carlin Petrini e Oscar Farinetti, entrambi di sinistra, con il primo ex consigliere del Partito Socialista di Unità Proletaria nel suo paese, qui peccano. L’esclusività del regime alimentare propugnato è più da salotti della buona borghesia che da mensa operaia. E’ un dato oggettivo: non si può parlare di proletariato e poi pasteggiare, come succede in taluni eventi proposti da Slow Food, con Barolo e Barbaresco d’annata.
C’è poi, in parallelo, sempre da quelle parti, una narrazione che propugna l’attacco alle multinazionali del cibo. Colpevoli di averlo livellato e banalizzato. Strumenti per l’omologazione capitalista
Ricordo a tutti che se, oggi, la gente non muore di fame è perché nella famigerata Gdo sono in vendita prodotti che possono soddisfare le nostre esigenze alimentari a dei prezzi contenuti. Non solo, in Italia spesso le big company alimentari sono intervenute in alcune situazioni aziendali salvaguardando i prodotti e l’occupazione.
Quindi, piani ben distinti e paralleli. Da una parte il cibo buono, pulito e giusto e dall’altra un cibo che forse non ha tutte queste caratteristiche ma che consente al popolo di sopravvivere. Le brioches lasciamole a Maria Antonietta…